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Guido Guidi
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Guido Guidi - © Stephen Shore, 1997 | Gigliola Foschi - © Paola Mattioli |
Antonioni diceva: “C’è un’occupazione che non mi stanca mai: guardare”. E aggiungeva : fotografare “è per me un approfondimento dello sguardo”, fotografare “è per me vivere”. Faccio mie queste risposte.
A metà degli anni Cinquanta, quando ancora sognavo di diventare architetto o anche pittore, e i miei maestri andavano da Carlo Scarpa a Bonaventura Berlinghieri, dal Sassetta a Paul Klee, da Munch a Giacometti. Ma è dalla fine degli anni Sessanta che mi sono occupato sempre di più di fotografia. In questo sono stato incoraggiato e aiutato da Italo Zannier e Luigi Veronesi, miei “Maestri” alla scuola di disegno industriale di Venezia. Zannier mi ha fatto conoscere la storia della fotografia e Veronesi un modo di fotografare che aveva radici astratte, vicine al Bauhaus.
Incontrai per la prima volta Luigi nel 1977 a Bologna, era venuto all’inaugurazione della mostra “Due aspetti della attuale ricerca fotografica”, dove i due “aspetti” eravamo io e Mario Cresci. Poco tempo dopo mi propose di riorganizzare il materiale di quella mostra per pubblicarlo presso “Punto e Virgola”, la Casa Editrice che stava fondando. Luigi mi suggerì anche il titolo: “Album” e sua moglie Paola mi disegnò la copertina. La mia lentezza nel preparare il menabò convinse però Luigi a posticipare l’uscita del mio libro, realizzando prima quello di Roberto Salbitani. Purtroppo la Casa Editrice fallì subito dopo e non se ne fece nulla. Ho poi partecipato a diversi progetti che ha curato Luigi fra cui “Viaggio in Italia” e in seguito “Esplorazioni sulla Via Emilia”. Dopo questa ricerca ci siamo visti purtroppo sempre meno, nonostante continuassi ad avere stima per il suo lavoro.
Ho invece conosciuto Paolo Costantini quando era ancora studente, nel 1979, in occasione della grande mostra “Venezia 79 la fotografia”, e da allora fino alla sua scomparsa prematura, ci siamo frequentati con assiduità.
Devo aggiungere che prima, negli anni Sessanta, c’erano state anche quotidiane discussioni con Giuliano Cosolo, pure lui scomparso troppo presto.
Ma le influenze determinanti per il mio percorso fotografico sono venute da lontano: da Atget, da Evans (di cui comprai per posta il catalogo del MOMA nel 1971 o forse nel ’72), e successivamente da Lee Fiedlander di cui ho seguito un seminario nel ’79; quindi da Robert Adams e da Stephen Shore di cui nel 1977 notai il lavoro pubblicato nella rivista “Camera” e col quale in seguito ho fatto un progetto in Friuli.
Talbot “inventa” la fotografia per farne uso personale nei suoi viaggi in Italia. La fotografia quindi si pone fin da subito come sostituzione del quaderno di appunti. E tale è stata l’impostazione della nostra ricerca per “Viaggio in Italia”. Però, come dice Robert Adams, la fotografia, per essere attuale, deve essere sempre nuova dato che la superficie della vita continua a mutare.
Alcune mie fotografie, pubblicate nell’84 in “Viaggio in Italia” , erano in realtà state eseguite nel ’71-’72. Partecipare a questo progetto fu quindi per me doppiamente gratificante, anche perché; pochissimi si accorsero di quelle date, nemmeno chi scrisse la prefazione al libro. Certamente il clima di euforia che si creò attorno a “Viaggio in Italia” contribuì ad incoraggiarmi. Fui autorizzato a pensare - e questa fu per me davvero una novità - che la mia ricerca potesse finalmente iniziare a dialogare con una, sia pure elitaria, committenza.
Andare verso il margine, stare sul confine, richiede la disponibilità e la volontà di compiere una esperienza di apprendimento, d’interrogazione. Lavorare sul confine significa infatti lavorare privi di certezze e osservare situazioni non codificate, incerte, aperte, non comprese o male intese. Insistere sul margine, e anche la fotografia ha un margine, vuol dire tentare di avere uno sguardo più allargato sulle cose, privo di pregiudizi.
I progetti fotografici su Mies, Le Corbusier e Scarpa sono stati, prima di tutto, esperienze conoscitive. Non ho mai usato la fotografia come uno strumento per “abbellire” le loro opere ma come un modo per avvicinarmi alle loro intenzioni progettuali, alle loro immagini mentali.
Omnia ad comprehensionem, nihil ad obstentationem, pare dicesse un filosofo (Kierkegaard).
Di solito lavoro molto velocemente. Non voglio che le idee si frappongano tra me e la “intrattabile realtà”, e anche la camera è “intrattabile realtà”. La macchina a volte “vuole” andare per conto suo, è maleducata e non posso farci niente. Devo assecondarla perch é; mi educhi. E’ lei, infatti, ad essere capace di cogliere le cose là dove non sono state ancora pensate e forse neppure viste.
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| © Guido Guidi -Ronta,14 febbraio 1996 | © Guido Guidi - dal lavoro in betweencities, 1993/1996: Gorzon Wielkopolski/PL | |||
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| © Guido Guidi - dal lavoro in betweencities, 1993/1996: Ummendorf/D | © Guido Guidi - ĘGraz, 1991 | |||
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| © Guido Guidi - Cesena, luglio 1970 | ||||
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