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“Fotografia Italiana: cosa non farei per te...”


Intervista a Nicoletta Rusconi
artefice del successo della galleria milanese Fotografia Italiana

di Chiara Giacomini

Incontriamo Nicoletta Rusconi un freddo pomeriggio di novembre nello spazio di Fotografia Italiana, fresco di ristrutturazione e pronto ad inaugurare con una nuova mostra di Silvio Wolf. Fotografia Italiana, che prima divideva la sua attività tra la Galleria di via Bandello e lo Studio di corso Venezia 22, si è ora definitivamente trasferita in questa sede, ampliata e ristrutturata secondo un disegno funzionale ai suoi multiformi progetti. Sede prestigiosa, che unisce alla nobiltà di un palazzo settecentesco milanese il rigore e la funzionalità di un moderno loft urbano.
Nicoletta Rusconi è riuscita a realizzare tutto questo in così breve tempo che quasi non ci crede.
Ma che il successo non sia frutto del caso, quanto piuttosto della sua tenace determinazione lo capiamo sentendola parlare. Un profluvio di parole, si vede che ama raccontare questa avventura. Impeccabile ed elegante, la signora possiede grande fascino e savoir-faire e “l’impronta”di anni di attività nelle pubbliche relazioni.

L’incontro con la fotografia è stato per passione o per caso?

Sicuramente per passione. Diciamo che fino a otto anni fa non sapevo nulla di fotografia. Poi nel 1995 sono andata ad abitare a Londra, avevo lasciato il mio lavoro, volevo dedicarmi alla cose che mi piacevano. Londra è una città che offre molti stimoli, e lì ho cominciato ad appassionarmi alla fotografia internazionale. Avevo una discreta collezione di dipinti, soprattutto opere dal Sei cento all’Ottocento. Ma in quel momento sentivo la necessità di cambiamenti, di rompere con il passato. Avevo voglia di contemporaneo. Ho iniziato a vendere i dipinti e contemporaneamente ho cominciato a comprare fotografia: nel 2000 avevo già collezionato opere di artisti internazionali. Nello stesso tempo, da italiana, ho cominciato a chiedermi come mai dei nostri fotografi si trovasse così poco nelle gallerie e nelle fiere internazionali, a parte qualche Giacomelli e qualche Fontana...
Tornata a Milano due anni fa, mi sono trovata da Farsetti Arte, sempre per vendere quadri dell’800. Lì avvenne l’incontro magico con Fabio Castelli, amico storico che non vedevo da quindici anni e che, tra l’altro, si occupa di organizzare le aste di Arte Contemporanea di Fotografia per Farsetti. Gli raccontai del mio grande desiderio di progettare qualcosa con la fotografia italiana, in realtà pensavo ancora a Londra. Alla fine con Fabio decidemmo di partire con uno spazio a Milano che inaugurammo nel maggio del 2003 con una mostra di Silvio Wolf. A lui sono seguiti Pio Tarantini, Mario Cresci con Davide Tranchina e Patrizia della Porta. Nel frattempo avevo già lo studio di corso Venezia, che avevo inaugurato con una mostra di Ghirri a settembre dello stesso anno. In questo spazio sono poi stati presentati Francesco Pignatelli e Manuela Carrano. Questa estate finalmente abbiamo potuto ristrutturare e ampliare la sede: adesso siamo pronti a inaugurare la nuova Galleria di Fotografia Italiana.

Dal suo punto di osservazione lei percepisce all’estero un interesse per la fotografia italiana che in Italia non viene valorizzato?

Certo, addirittura quando stavo a Londra alcuni miei amici galleristi mi dicevano che volevano investire di più negli italiani. Ma in Italia c’è un grande problema metodologico rispetto al mercato: gli artisti hanno trascurato moltissimo il discorso delle tirature. Il collezionista di arte contemporanea è abituato a comprare il pezzo unico. Quando noi tiriamo da 3 a massimo 5 / 7 pezzi più 2 prove d’artista, questo dà un senso di sicurezza. Quindi l’unico modo per arrivare a buone quotazioni è quello di essere rigorosi e fare correttamente le tirature dichiarate, non come nuove edizioni di vecchie foto in formati diversi come a volte purtroppo succede. é proprio la serietà della galleria la vera garanzia per il collezionista. Se l’artista riproduce oltre i nostri accordi, mi costringe a non lavorare più con lui, ma a mio parere non segue una buona politica neppure per se stesso. La tiratura è fondamentale. Un nostro artista in due mesi ha visto salire la sua quotazione di quasi un terzo del suo valore. Sono gli stessi collezionisti che fanno lievitare i prezzi, se le tirature sono basse e rigorosissime. Nello stesso tempo è importante puntare sulla qualità, che deve essere altissima. In questo ci aiuta anche la tecnologia, con le nuove tecniche di stampa fotografica: usiamo tutto quello che c’è all’avanguardia per svolgere al meglio il nostro lavoro. I prezzi che oggi abbiamo di Giacomelli, ad esempio, sono bassissimi rispetto al suo effettivo valore. Se un artista non accetta le nostre regole sulla tiratura, non può lavorare con noi. Ci sono alcuni autori che mi piacciono molto ma non vogliono accettare di fare tirature , quindi non li posso trattare.
Ci sono collezionisti di arte contemporanea che hanno delle opere di grande valore e magari non sanno neanche chi è Ghirri. La fotografia è stata sempre considerata in Italia come un’arte minore, mentre da molto tempo si è consolidata come arte a tutti gli effetti in tutti Paesi avanzati .

Si può dire che avete buttato giù un muro?

Ci stiamo provando. Abbiamo anche realizzato un periodico, il nostro house-organ Pagine di Fotografia Italana, diretto da Fabio Castelli e coordinato da Pio Tarantini e con la collaborazione di molti tra i migliori giornalisti e critici. Una pubblicazione che oltre a informare i lettori sull’attività della galleria vuole essere anche un’opportunità di dibattito teorico. Per quanto riguarda i cataloghi delle mostre invece, i primi li abbiamo realizzati con le edizioni Charta, ma, d’ora in poi, li realizzeremo direttamente.
Stiamo anche lavorando a un progetto sulla nostra presenza all’estero. E’ importante che i nostri fotografi espongano all’estero, e il ritorno d’immagine inciderà anche sull’attenzione per la fotografia d’arte in Italia perché tutti sono più attenti a quello che succede fuori.
All’interno di questo discorso ho in mente due progetti: il primo è sicuramente a New York, con una collettiva di fotografi italiani, e poi Londra... ma non mi fermerò qui. Avere una galleria e fare questo lavoro, anche molto bene, ma solo in Italia, non basta.
Oggi stiamo creando un mercato, occorre la massima serietà. Per ogni artista noi chiediamo un progetto per Fotografia Italiana. Non ci interessa vendere quello che si vende già, ci interessa scommettere su quello che ci piace davvero e su questo io e Castelli “investiamo” nel migliore dei modi, con grande attenzione anche alla comunicazione.

Il successo chiama idee...

Non ci si ferma mai. Stiamo anche pensando a un altro spazio espositivo e complementare, a Milano, una sede di dimensioni più ampie per realizzare mostre di grande respiro. Alcune gallerie estere ci hanno chiesto di fare dei gemellaggi: operazione non praticabile nella galleria di Corso Venezia poiché la galleria è dedicata alla fotografia italiana. In uno spazio alternativo, invece, potrebbe essere possibile non perché voglia vendere gli stranieri ma perché diventa solo uno strumento in più per portare i nostri artisti nei circuiti internazionali.
Vorremmo anche organizare delle serate, dei dibattiti sulla fotografia con degli ospiti. Sono tante le idee, in fondo abbiamo aperto appena un anno e mezzo fa... ma anche nella frenesia che viviamo è tutto molto stimolante.

I giovani spesso usano la fotografia o come hobby o come un modo di comunicare velocemente, scambiarsi informazioni. Il vostro progetto è ben diverso...

Lei sa che abbiamo anche bandito un concorso per artisti meno conosciuti, che si concluderà l’anno prossimo. Stiamo ricevendo molte telefonate proprio dai giovani. Un comitato scientifico, composto da una decina di esperti, critici e fotografi, che cambieranno ogni due anni, assegnerà il premio: i vincitori avranno la possibilità di esporre e pubblicare con la nostra galleria.
Se non avessi scelto di occuparmi esclusivamente degli artisti italiani non sarei riuscita a entrare così profondamente nel loro lavoro, nelle loro case, a vedere come operano. Una realtà molto coinvolgente, questa è una passione, una scelta esistenziale, vendere è importante perché ci consente di portare avanti il nostro progetto, ma è forse la cosa che mi interessa meno... L’importante è che i nostri artisti siano apprezzati, conosciuti e quindi anche comprati.

Lei ha in qualche modo creato un mercato?

Non me ne sono accorta. Volevo fare una mostra di Silvio Wolf, e a casa sua ho visto “Icone di luce”. Ne rimasi affascinata: in quel momento sentivo che sarebbe potuta diventare una grande mostra. Infatti è stata un grande successo. Successo confermato dalle mostre successive: la seconda, di Luigi Ghirri, e poi Pio Tarantini, con un lavoro altamente poetico. Poi il più giovane Francesco Pignatelli, che conferma ancora i successi precedenti. A questo punto, mi dico, occorre adeguare le strutture alle nuove esigenze: non è solo un caso, ci è cresciuta tra le mani un’operazione impegnativa e bellissima.
Quando sono partita, non avrei mai immaginato che solo dopo poco più di un anno avrei avuto una galleria tutta mia, realizzata secondo le esigenze della galleria ormai affermata. Non ho pianificato nulla, ho avuto la fortuna di trovare Castelli sul mio cammino. A volte ci sono dei casi, si creano delle sinergie, degli eventi che si formano in modo magico. E per di più ho trovato questo spazio adiacente a quello che avevo, quindi abbiamo potuto ingrandire e radunare qui tutte le attività della galleria.

Le interessa anche avere successo con il grande pubblico, non solo quello dei collezionisti?

Certo, vogliamo raggiungere tutti. A MiArt, per esempio, abbiamo presentato un giovane artista, che si chiama Lovati, allievo di Silvio Wolf . Questo ragazzo è venuto a farci vedere un lavoro straordinario realizzato in un carcere vicino a Milano, dove non c’è un essere umano, tutto un gioco di luci, un lavoro che non angosciava malgrado il luogo dove era stato realizzato. A MiArt abbiamo venduto due foto, quotate cinquecento euro: è stata una grande soddisfazione, mi creda, anche perché sono state comprate da uno dei più grandi collezionisti di fotografia in Italia. Da noi possono arrivare anche giovani collezionisti o chi non ha grandi disponibilità, perché può trovare anche l’artista giovane che cerchiamo di presentare e spingere.

Per i giovani e per gli addetti ai lavori internet può essere uno strumento in più?

Sicuramente si, ormai navigano tutti. Per i giovani appassionati di fotografia potersi andare a cercare e scoprire notizie e artisti attraverso internet è molto interessante. Anche per dialogare con tutto il mondo è uno strumento efficacissimo.

Lei pensa che a livello di istituzioni si possa o si debba fare di più?

Devono fare molto di più. Ci sono tante di quelle cose che bisognerebbe fare in Italia: oltre che realizzare belle mostre, occorre portare i fotografi italiani nei grandi musei. Cominciamo a fare delle antologiche di grande spessore come ha fatto per esempio la Gam di Torino nella primavera scorsa ha realizzato una mostra esaustiva di Mario Cresci: un’ottima cosa, ma non basta.
Noi abbiamo molti progetti: una mostra sugli anni ’70, poi un lavoro molto complesso di Pio Tarantini sull’area metropolitana milanese, che andrebbe sostenuto a livello istituzionale con il Comune, la Provincia o la Regione. Io sto prendendo contatti con tutti, continuerò, ci proverò, finché qualcosa salterà fuori. Tutto quello che si può immaginare, che può essere utile per promuovere la fotografia italiana, lo sto perseguendo.
Anche nel privato in Italia, al contrario per esempio di quanto succede in Francia o in Inghilterra, mancano delle regole. La tiratura rigorosissima è fondamentale. Noi avremmo quasi l’ambizione di dire: accordiamoci tutti insieme su alcune regole fondamentali del mercato della fotografia!

E’ un caso o è voluto che questo nuovo spazio sia inaugurato da una mostra di Silvio Wolf, come era stato per la prima galleria?

E’ abbastanza voluto. Ci sono due motivi: la riapertura del Teatro alla Scala, che Wolf ha fotografato in modo straordinario nel 1998/99. E’ un lavoro inedito, che è una testimonianza non realistica, non si tratta infatti di un reportage, ma di una interpretazione molto artistica, di grande impatto visivo, degli spazi della Scala. E’ stato per me un vero regalo presentare una mostra così in questa occasione. L’altro motivo è che mi ha talmente portato fortuna aprire con lui la prima volta, che non potevo aprire questa nuova galleria senza Silvio Wolf, tanto più che ritengo questo suo lavoro assolutamente straordinario. Sarebbe stato folle non farlo.

Un personaggio della fotografia italiana che ama moltissimo e uno che ama un po’ meno.

Li amo tutti, sono tutti bravissimi, quelli più noti ma anche quelli meno conosciuti ma altrettanto bravi. Non dirò mai qual è il più bravo e quello che mi piace meno, li amo tutti!


Scala Zero - opere fotografiche e video di Silvio Wolf
Galleria FOTOGRAFIA ITALIANA
Corso Venezia 22, 20121 Milano

La mostra rimarrà aperta al pubblico da venerdì 19 novembre 2004 a sabato 22 gennaio 2005 dalle 15.00 alle 19.00
Chiuso domenica e lunedì - sabato su appuntamento dalle 15.00 alle 19.00

Nicoletta Rusconi Scala Zero - opere fotografiche e video di Silvio Wolf
Scala Zero - opere fotografiche e video di Silvio Wolf Scala Zero - opere fotografiche e video di Silvio Wolf
L'ombra del vero - Pio Tarantini Rana - Davide Tranchina
Reversed Cities - Francesco Pignatelli Whitney Museum
I nuovi spazi della Galleria I nuovi spazi della Galleria

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