Le guerreÊe le tragedie che lei ha visto e fotografato hanno influito sulla sua serenità mentale?
Non ho mai avuto serenità mentale. La
vita di un fotografo non è mai normale. Solo l’anno
scorso quando ho avuto un figlio, ho raggiunto un certo equilibrio. E
ho quasi settant’anni. Sto imparando solo adesso a vivere
pacificamente la vita.
Secondo lei si può rimanere distaccati da ciò che si fotografa?
Non c’è nessun distacco, non
c’è nessuna possibilità di distacco io ho vissuto
con grandissima profondità emotiva tutte le sofferenze che ho
fotografato e non sono quella persona fredda, dura, che più
volte si è cercato di descrivere.
Sono stato in un campo con ottocento bambini
che stavano morendo e mi guardavano, stavano di fronte a me e io mi
chiedevo “Chi sono io? Cosa posso fare per aiutarli?”.
Fra loro c’era un bambino albino - c’è una
foto che lo ritrae - io non io non l'avevo visto ma lui è
venuto dietro di me e mi ha preso la mano. Gli altri bambini intanto
si trascinavano a terra ed erano talmente denutriti che tutte le ossa
sporgevano. Quando assisti a una scena come questa ti chiedi cosa
abbia a che fare tutto questo con la fotografia, ti chiedi chi sei,
perché sei qua….
Un’esperienza così ti cambia
profondamente e non ha nulla a che fare con la fotografia.
Potrei raccontare altre
molte cose terribili ma non servirebbe a nulla, non avrebbe nessuno
scopo, questa mostra, queste fotografie esposte, sono la somma, il
vissuto di quello che è il mio viaggio attraverso la vita con
la fotografia.
Ci racconti una sua esperienza da fotogiornalista
Fotografare un conflitto, essere
presenti, come si dice in gergo, è un’esperienza
estremamente rischiosa. Un mio amico è morto in Iraq perché
si è buttato fuori dalla macchina pensando a un imminente
attacco ma ha avuto la sfortuna di cadere su due mine. Spesso il mio
lavoro mi ha portato vicino alla morte. Un giorno, poco prima del
tramonto, mi stavo preparando per andare a documentare l’inizio
di una battaglia. Sono arrivato nella zona mentre i soldati stavano
cominciando a prendere posizione; improvvisamente si sono sentiti dei
colpi e una granata è esplosa dov’ero io. Sono rimasto
ferito e mi sono lasciato rotolare lungo un pendio perché il
mio primo pensiero è stato quello di non essere catturato.
Sono arrivati poi dei soldati che mi hanno dato della morfina e mi sono subito sentito meglio. Mi hanno caricato
su un camion dove c’erano altri feriti. C’è una
fotografia di questo camion: io ero ferito alle gambe ma questo non
mi ha impedito di scattare delle foto.
Quello che voglio dire è che
qualsiasi cosa si pensi di me in questi luoghi di tragedia ci sono
stato ed esserci stato significa che le mie fotografie mi sono
constate grandissima fatica e sofferenza. Sono fiero di non avere mai
commesso atrocità o nessuna violenza per scattarle.
Lei spesso è stato paragonato a Robert Capa, cosa ne pensa?
Robert Capa era una persona straordinaria,
spumeggiante in tutto quello che faceva; amava le belle donne, le
scommesse, la bella vita.
Questi aspetti della sua personalità
non mi assomigliano affatto e non mi sembra il caso di fare un
paragone. Io non sono mai stato così, sono molto più
introverso e chiuso e se proprio c’è bisogno di fare un
paragone allora lo farei con Goya, pensando ai suoi dipinti. A mio
parere i miei soggetti soprattutto nell’espressione dei volti
e in particolare degli sguardi in qualche modo lo ricordano.
Le sue foto sono state mai oggetto di critiche?
Sì, spesso, al punto da sentirmi quasi
colpevole delle atrocità che contengono. In realtà io
sono sempre stato solo un messaggero, un fattorino che porta il
messaggio a un altro mondo. L’unica mia colpa è stata
quella di aver premuto il pulsante della macchina fotografica.
Un’altra può essere quella di aver accettato premi,
medaglie per il mio lavoro. Mi chiedo infatti se sia opportuno
accettare lodi e riconoscimenti per aver fotografato esseri umani che
soffrono.
Ci dica qualcosa di sé.
Ci sono due aspetti della mia personalità:
quello del fotografo, e quello della persona che si rinchiude nella
camera oscura per ore , chiude fuori la luce del giorno e lavora a
stampare. Vi assicuro che stampare le mie foto è davvero un
inferno.
Tutta la mia vita è stata segnata da
tensioni, è stata turbolenta e complessa. Fare queste
fotografie rende l’esistenza complicata anche se molto
interessante. Sta di fatto che sto facendo ora i primi passi per
imparare a vivere serenamente.
Solo
da poco, come ho già detto, sto cominciando ad avere un animo
più sereno. Il mio impegno si è rivolto altrove e le
foto che faccio ora sono dei campi intorno alla mia casa nel
Somerset. Quando sono depresso esco e fotografo questi paesaggi e
per me è come una medicina.
Il paradosso è che nonostante tutto
questo definirei la mia vita di fotografo, oltre che molto
coinvolgente, in qualche modo molto poetica.
Comunque io non sono importante, le
fotografie si, e trovo molto strano che molti mi chiedano continue
spiegazioni perché ho sempre pensato che le foto parlassero
più delle parole.
Cosa significa per lei essere un fotografo?
Una delle mie prime foto l’ho scattata
nel 1958 alla gang del mio quartiere. Ho vissuto quelle prime
esperienze in maniera assolutamente diretta, non avevo alcun
complesso e non sentivo la necessità di dover entrare in un
processo di apprendimento mentale, in una parola di acquisire la
coscienza politica per svolgere questa professione. Il
paradosso è che invece in tutta la mia vita di fotografo sono
stato fortemente coinvolto da tutto quello che mi stava intorno.
Credo che questo sia l’unico modo possibile di fare fotografia.
Secondo lei è cambiato il ruolo del fotografo?
Le fotografie scattate nel carcere in Iraq
sono state opere non di professionisti ma di soldati dell’esercito
americano. Esse sono la testimonianza più importante
dell’esistenza della guerra in Iraq; sono documenti che hanno
cambiato la percezione di questa guerra il modo stesso con il quale
gli americani e i suoi alleati hanno impostato il rapporto con i
mezzi di comunicazione. Essi hanno cercato di mantenere un controllo
più accurato possibile per evitare che trapelasse qualcosa che
non fosse da loro preventivamente approvato e che quindi potesse
ritorcersi contro di loro. Ma è avvenuto proprio questo.
Quando sono stato in Iraq, un giorno è arrivata la notizia che
nel sud gli americani avevano attaccato un villaggio e cinquanta
persone erano morte o ferite. Volevo raggiungere il luogo della
tragedia ma non mi è stato possibile perché me lo
hanno impedito. Questo fa capire che molte restrizioni hanno
ostacolato il lavoro dei giornalisti e dei fotografi.
La verità non era più
disponibile. Una caratteristica della guerra è sempre quella
di impedire che le notizie circolino.
Che speranze ha per l’umanità?
Non molte. Quando quaranta anni fa ho
cominciato il mio lavoro le mie foto uscivano sul Times e su altri
grandi testate e io mi sentivo potente, al punto da sperare
che le mie foto potessero contribuire a cambiare il mondo. Ma in
questi ultimi decenni il mondo è soltanto peggiorato;
assistiamo ogni giorno ad autobombe che esplodono uccidendo persone
siano esse palestinesi, israeliani o di qualsiasi altra nazionalità.
Il mondo non è affatto cambiato, anzi, direi che viviamo un
periodo molto scuro. Provo un senso di disperazione piuttosto che di
speranza.
Note biografiche
Nato a Londra nel 1935, Don McCullin ha documentato per trent'anni i conflitti dei punti più caldi del mondo , mostrando gli orrori della guerra con grande realismo e autenticità. Nel 1959 è responsabile del servizio fotografico della rivista "The Observer" e nel 1961 parte per Berlino per documentare la costruzione del Muro. Nel '64 il suo lavoro sulla guerra civile di Cipro gli vale il primo premio della Fondazione del World Press di Amsterdam. Nello stesso anno parte per documentare la guerra del Vietnam. Successivamente segue l'evolversi dei conflitti in Nigeria (1968), Cambogia (1970), Pakistan (1971), Uganda (1972). E' in Medio Oriente per la guerra del Kippur (1973), e di nuovo in Vietnam per la caduta di Phnom Penh (1975).
Per questi straordinari reportage ha ricevuto premi e riconsocimenti, tra cui il Commander of the British Empire. Negli ultimi anni ha fotografato spesso i paesaggi della campagna inglese. Vive in Gran Bretagna in un paese del Somerset.
In occasione della mostra “Don McCullin. Retrospettiva” organizzata da
ARTEUTOPIA in collaborazione con CONTRASTO e Zone Attive

Galleria
Arteutopia – Musei di Porta Romana
Viale Sabotino 22, Milano
Fino al 5 settembre 2004

Accompagna la
mostra il volume edito da Contrasto con introduzione di Harold Evans,
ex direttore del “Sunday Times” e del “Times”.