Nello spazio di Enrico Fornello apre la mostra di Michele Zaza Paesaggio magico, che presenta opere degli anni ’70 con altre più recenti, quasi a confermare lo sviluppo di un percorso all’insegna della continuità e, contemporaneamente, la ritrovata felicità creativa degli anni più recenti e della sua ultima produzione in particolare.
Le opere fotografiche di Zaza, dal forte sapore evocativo, hanno come soggetti preferenziali l’artista stesso e i suoi famigliari, fissati in pose statiche dal valore eminentemente simbolico. Le sue immagini, ambientate in una sorta di essenziale teatro domestico, sono ruvide messe in scena realizzate con materiali comuni, elementari, ma proprio per questo di un’efficacia che ricorda l’espressività del teatro popolare. I personaggi, spesso con parti del volto o del corpo dipinte, sono insieme figure dell’ambito famigliare, maschere, personaggi di una mitologia reinventata e tuttavia ricca di solidi legami col mondo ancestrale.
In questo senso almeno, le immagini di Zaza appaiono come una sorta di performance raggelata, alla quale possiamo assistere solo indirettamente, tramite la foto. Non va naturalmente sottovalutata la componente narrativa di molti lavori dell’artista, che esordì ventiquattrenne alla galleria il Diagramma di Luciano Inga Pin, a Milano: galleria i cui artisti di punta erano esponenti della performance (dalla Scuola di Vienna al completo, a Gina Pane e Marina Abramovic); ma episodicamente, anche alcuni fra i primi pionieri della Narrative Art, come Hutchinson, Welch, Cutforth.
Molto opportunamente l’evento espositivo cade in concomitanza alla presentazione della monografia dedicata all’artista (ed.Christian Maretti, con testi, fra gli altri, di Germano Celant, Flaminio Gualdoni, Tommaso Trini ed Elena Re), un libro che permette di formarsi un giudizio complessivo sul lavoro di Zaza. Ad esempio le immagini di alcune installazioni museali dell’artista mostrano come il ricorso alla logica sequenziale abbia contemporaneamente un senso narrativo, ma a volte anche una funzione architettonica o compositiva –ad esempio nel caso di installazioni create su un impianto simmetrico, piuttosto che sul criterio della disseminazione di elementi nello spazio. Nelle opere più recenti la foto è spesso accompagnata da elementi scolpiti che sensibilizzano lo spazio intorno ad essa. Generalmente l’ultima produzione di Zaza registra un uso del colore più fauve che in passato; e la sensibilità minimalista delle prime sequenze in bianco e nero ha decisamente lasciato il posto ad una esplosione cromatica espressionista, in cui gli elementi simbolici prevalgono sull’impianto narrativo. Contemporaneamente la disseminazione di sculture o elementi tridimensionali nello spazio assume un peso visivo determinante. Anche se questi ultimi trovano sempre più riferimenti all’interno della foto stessa, all’esterno obbediscono ad una logica diversa, più pittorica. L’intera parete viene movimentata e diventa cornice della fotografia. In certo senso, alcuni elementi che si trovano registrati dalla fotografia, con la distanza delle cose raccontate ma non presenti, sembrano all’esterno della fotografia ritrovare la vitalità originaria ed espandere il territorio dell’azione, dall’immagine allo spazio reale.Nello spazio di Enrico Fornello apre la mostra di Michele Zaza Paesaggio magico, che presenta opere degli anni ’70 con altre più recenti, quasi a confermare lo sviluppo di un percorso all’insegna della continuità e, contemporaneamente, la ritrovata felicità creativa degli anni più recenti e della sua ultima produzione in particolare.
Le opere fotografiche di Zaza, dal forte sapore evocativo, hanno come soggetti preferenziali l’artista stesso e i suoi famigliari, fissati in pose statiche dal valore eminentemenete simbolico. Le sue immagini, ambientate in una sorta di essenziale teatro domestico, sono ruvide messe in scena realizzate con materiali comuni, elementari, ma proprio per questo di un’efficacia che ricorda l’espressivitò del teatro popolare. I personaggi, spesso con parti del volto o del corpo dipinte, sono insieme figure dell’ambito famigliare, maschere, personaggi di una mitologia reinventata e tuttavia ricca di solidi legami col mondo ancestrale.
In questo senso almeno, le immagini di Zaza appaiono come una sorta di performance raggelata, alla quale possiamo assistere solo indirettamente, tramite la foto. Non va naturalmente sottovalutata la componente narrativa di molti lavori dell’artista, che esordì ventiquattrenne alla galleria il Diagramma di Luciano Inga Pin, a Milano: galleria i cui artisti di punta erano esponenti della performance (dalla Scuola di Vienna al completo, a Gina Pane e Marina Abramovic); ma episodicamente, anche alcuni fra i primi pionieri della Narrative Art, come Hutchinson, Welch, Cutforth.
Molto opportunamente l’evento espositivo cade in concomitanza alla presentazione della monografia dedicata all’artista (ed.Christian Maretti, con testi, fra gli altri, di Germano Celant, Flaminio Gualdoni, Tommaso Trini ed Elena Re), un libro che permette di formarsi un giudizio complessivo sul lavoro di Zaza. Ad esempio le immagini di alcune installazioni museali dell’artista mostrano come il ricorso alla logica sequenziale abbia contemporaneamente un senso narrativo, ma a volte anche una funzione architettonica o compositiva –ad esempio nel caso di installazioni create su un impianto simmetrico, piuttosto che sul criterio della disseminazione di elementi nello spazio. Nelle opere più recenti la foto è spesso accompagnata da elementi scolpiti che sensibilizzano lo spazio intorno ad essa. Generalmente l’ultima produzione di Zaza registra un uso del colore più fauve che in passato; e la sensibilità minimalista delle prime sequenze in bianco e nero ha decisamente lasciato il posto ad una esplosione cromatica espressionista, in cui gli elementi simbolici prevalgono sull’impianto narrativo. Contemporaneamente la disseminazione di sculture o elementi tridimensionali nello spazio assume un peso visivo determinante. Anche se questi ultimi trovano sempre più riferimenti all’interno della foto stessa, all’esterno obbediscono ad una logica diversa, più pittorica. L’intera parete viene movimentata e diventa cornice della fotografia. In certo senso, alcuni elementi che si trovano registrati dalla fotografia, con la distanza delle cose raccontate ma non presenti, sembrano all’esterno della fotografia ritrovare la vitalità originaria ed espandere il territorio dell’azione, dall’immagine allo spazio reale.

Adriano Altamira