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26a Bienal de Artes de Sao Paulo

Dal 25 settembre al 19 dicembre 2004







Padiglione della Biennale
Parque do Ibirapuera
04094-000 San Paolo
Brasile

Questa edizione della Biennale, considerata uno dei maggiori eventi d’arte contemporaena, è curata, come nella passata edizione, da Alfons Hug e ha come titolo "Território Livre", presenta le opere di 150 artisti provenienti da 62 paesi. Il tema proposto deriva dall’idea di una “Terra di nessuno” intesa non solamente dal punto di vista geografico o politico ma principalmente come un campo estetico dove l’arte sconfina oltre i limiti della realtà.
L'evento è stato allestito in oltre 25.000 metri quadrati di spazio sui tre piani del "Ciccillo Matarazzo Pavillon", la sede della Fondazione della Biennale. Ogni piano comprende una diversa sezione: Rappresentazioni nazionali, e Artisti inivtati. I fotografi che espongono le loro opere nelle mostre del padiglione dedicato alle Rappresentazioni nazionli sono: Albena Kazakova dalla Bugaria, dal Cile Patrick Hamilton e dalla Colombia Jaime Avila, l’ungherese Peter Szarka e le due norvegesi Ingrid Book e Carina Hedén. Per il Paraguay c’è Juan Britos mentre la Polonia e l’Ucraina sono rispettivamente rappresentate da Piotr Uklanski e da Victor Marushchenko.

A rappresentare il Belgio sono state invitate Cristine Felten e Véronique Massinger. Intervistate in esclusiva per Informatissima da Michel Clerbois.

Nel secondo padiglione, quello dedicato agli Artisti invitati, sono accolte opere di Edward Burtynsky, Simryn Gill, Naoya Hatakeyama, Vera Lutter, Catherine Opie, Caio Reisewitz, Lois Renner, Alec Soth, Veronika Zapletalová, Krzysztof Zielinski e Thomas Struth.

Una sezione speciale, curata da Simon Njami, è interamente dedicata alla fotografia africana con opere di otto artisti provenienti da diversi paesi del continente: il Sud Africa con Zwelethu Mthetwa, il Togo con Cornelius Augustt Azzaglo e la Nigeria con Otobong Nkanga. Il Ghana è rappresentato da Eileen Perrier, Jean Depara rappresenta la Repubblica Democratica del Congo e per il Camerun Samuel Fosso. Infine due artisti, Abderramane Sakaly e Mama Casset sono stati invitati dal Senegal.

LA CARAVANA OBSCURA
Intervista a Christine Felten e Veronique Massinger
Di Michel Clerbois



Michel Clerbois Qual è stato il vostro primo contatto con la fotografia?

Christine: una mostra di Diane Arbus.
Veronique: le fotografie scattate da mio padre e mia madre. A casa gli album di fotografie erano come dei libri illustrati che mia madre ci raccontava.

Avete una formazione come fotografe?

Christine: ho fatto i miei studi alla "75"* fra il 1971 e il 1974
Veronique: anch’io alla "75" tra il 1969 e il 1972
Christine: abbiamo avuto tutte e due Yves Auquier come professore
Veronique: Yves Auquier ha avuto un ruolo importante, mi ha comunicato il suo amore per la fotografia.

Quali sono stati i fotografi che vi hanno influenzato maggiormente?

Christine: Diane Arbus, Lee Friedlander, ecc. Sono fotografi che hanno un modo di vedere particolare, e che mi hanno colpito
Veonique: Robert Franck, Giacomelli, Cartier-Bresson. La libertà di Robert Franck, la vitalità di Giacomelli e la perfezione formale di Cartier-Bresson.

Che tipo di lavoro cercavate di fare all’epoca?

Christine: il reportage in bianco e nero. Lavoravo col 24 x 36. Ero interessata soprattutto al paesaggio. Veronique: percorrere le città, fissare il movimento, i tempi di pausa, il traffico, l’architettura.

Come vi siete incontrate?

Veronique: una prima volta ci siamo incontrate all’inizio degli anni Settanta durante i nostri studi di fotografia alla "75". Poi ancora, nel 1980, a causa della maternità, ho chiesto a Christine di sostituirmi al CEC (Centro di Espressione e di Creatività) dove insegnavo, e dove poi abbiamo lavorato tutte e due.

Quando avete deciso di lavorare insieme?

Christine e Veronique: nel 1989




Felten Messinger Sambre


Come siete arrivate all’idea del foro stenopeico e cosa vi appassiona in questo procedimento?

Christine e Veronique: il lavoro diretto, la semplicità del dispositivo, la priorità conferita all’inquadratura, la dilatazione dei tempi, la registrazione delle modificazioni della luce, la riduzione estrema del processo (è la scelta che abbiamo fatto), infine il piacere di stare all’interno del proprio apparecchio fotografico

Come è iniziata l’avventura della “Caravana obscura”?

Christine e Veronique: abbiamo partecipato ad un incontro dei CEC. In quell’occasione, per mostrare i principi di base della fotografia abbiamo deciso di costruire una camera oscura di 2 x 2 x 3 metri, in cui i visitatori potevano entrare. Nel buio vedevano apparire, quando gli occhi si erano abituati, l’immagine di quello che c’era all’esterno, rovesciato e invertito da destra a sinistra. Questo ci ha interessate, entusiasmate, affascinate, e così abbiamo deciso di esplorare le possibilità del foro stenopeico. In seguito abbiamo sostituito la scatola della camera obscura con una Caravane da turismo che abbiamo svuotato e attrezzato, e così siamo passate alla CARAVANA OBSCURA.

Quali sono i vostri temi e perché li avete scelti?

Christine: si tratta di luoghi e paesaggi, autoritratti e scene di fiction. Il nostro apparecchio ci porta a fotografare certi paesaggi, poi mentre siamo alla ricerca dei posti, i paesaggi stessi richiamano delle storie e così nascono le fictions. Quanto agli autoritratti, abbiamo avuto subito voglia di fotografarci, di essere i supporti della luce e di chiudere il cerchio: la luce ci illumina, noi la riflettiamo, e attraverso il foro stenopeico la rinviamo verso la carta sensibile che la registra...
Veronique: Noi non abbiamo dei temi prefissati. Il nostro lavoro conduce da una parte a degli incontri con dei luoghi, dall’altra ad un lavoro su noi stesse, nel quale diventiamo soggetti del processo fotografico. Nel primo caso si tratta di un lavoro contemplativo, durante la scelta dell’immagine. Nel secondo, al contrario, diventiamo attrici e il lavoro si avvicina alla performance.

Mi potreste spiegare il vostro modo di procedere?

Christine e Veronique: intanto cominciamo con le ricognizioni. Minuziose. Le facciamo più volte, in stagioni diverse, in momenti diversi della giornata. Poi vediamo se l’immagine immaginata del luogo resiste al tempo. Se sì, sappiamo subito in che momento dell’anno bisognerà fare lo scatto. Dopo bisogna attendere, qualche volta poco tempo, a volte anni, per ritrovare le buone condizioni. Al momento della ripresa procediamo ad una prima inquadratura posizionando la Caravane di fronte al paesaggio. Poi entriamo dentro e sistemiamo l’inquadratura. Dopo aver posizionato la carta fotografica possiamo cominciare a registrare l’immagine. Ci vogliono circa due ore, durante le quali osserviamo e misuriamo le variazioni della luce e gli eventi che hanno luogo nel paesaggio.




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Anche per gli autoritratti usate la Caravana Obscura? Partite da una sceneggiatura, una ricerca corporea particolare, potreste precisarcelo?

Christine e Veronique: si, per gli autoritratti scegliamo un posto in cui ci installiamo per la ripresa. Dopo aver trovato con grande precisione la posizione adatta, incollate l’una contro l’altra, accecate dalla luce del sole restiamo immobili in posa per un tempo che varia tra i 10 e i 40 minuti. Bisogna restare senza muoversi trattenendo il respiro, in pieno sole, per tutto questo tempo. E’ quello che noi chiamiamo una performance.

Utilizzate dei mezzi tecnici particolari (lenti...)?

Christine e Veronique: noi lavoriamo in presa diretta con una camera oscura munita di un foro stenopeico, su carta sensibile a colori sviluppata in laboratorio. Una camera oscura è una scatola nera (la nostra è un caravan da turismo) aperta da un foro che si chiama Stenope ( in greco “ops”: occhio e “stenos” stretto). La carta sensibile che noi usiamo è una carta che dà direttamente un positivo, quindi non passiamo dal negativo.
Christine: In presa diretta significa che la luce impressiona direttamente la carta posta dentro la Caravana Obscura. Il risultato è poi sviluppato con macchine in laboratorio, incollato su alluminio e il lavoro è fatto!
Noi non utilizziamo né lenti né obiettivi, né negativi, e non facciamo delle tirature.

Fate una sola ripresa per ciascun soggetto o fate diverse varianti?

Christine e Veronique: una sola ripresa per ciascun soggetto.

Ci potete raccontare qualcosa di curioso che vi è capitato?

Christine: A migliaia. Noi stiamo per ore intorno alla Carovana e abbiamo un’aria disponibile.
Le persone vengono a parlarci, per farci un corso di calligrafia araba, per esempio. Molti ci hanno scambiato per cartomanti, per prostitute. Alcuni hanno pensato che fossimo spie del Ministero delle finanze...

Oggi ci sono diversi approcci alla concezione di fotografia; voi vi considerate fotografe o artiste?

Christine: io non faccio questo genere di differenze fotografa, artista, scultrice.
Veronique: sono una fotografa. Quello che m’interessa è scrivere con la luce.

Vi sentite donne fotografe o fotografe?

Christine: sono una donna. Sono una fotografa. Per il resto…
Veronique: mi sento una donna fotografa.




Copier


A vostro parere esiste un approccio femminile alla fotografia e all’arte? Il crescente numero di donne artiste cambia la concezione dell’arte e la visione che si ha del mondo?

Christine e Veronique: non ho particolari commenti da fare perché non ben studiato il problema. Ma si può pensare che ogni individuo con il proprio contributo modifichi l’arte.
Quando tu intervisti dei fotografi poni loro la domanda "a vostro parere esiste un approccio maschile alla fotografia e all’arte"?

La fotografia stenopeica ha attraversato la storia della fotografia, oggi, all’epoca del digitale continua a suscitare l’interesse delle nuove generazioni di fotografi, secondo voi perché?

Christine e Veronique: molti si avvicinano alla fotografia stenopeica ma pochi la realizzano veramente. Lo si vede nelle scuole è ormai un passaggio obbligato e questo ci sembra naturale per comprendere a fondo la fotografia.

Voi insegnate da tempo, questo ha un rapporto con il vostro lavoro artistico?

Christine: si. L’insegnamento è nutrimento per il mio lavoro e io trasferisco nell’insegnamento l’arricchimento professionale e culturale che mi dà il mio lavoro.
Veronique: no. Tuttavia può essere che vada con Cristina a tenere un corso sul paesaggio nell’incisione a La Cambre. Condividere alcune riflessioni, una piccola esperienza.




Caravane






Autoritratto



Michel Clerbois

*75 e La Cambre sono due Istituti d’Arte di Bruxelles





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