Fratelli d’Italia è la rassegna più estesa che Milano abbia mai dedicato a Emilio Isgrò. Ospitata dalla Galleria del Credito Valtellinese, e curata da Marco Meneguzzo, la mostra ruota attorno a tre opere-installazioni dell’artista, nato a Barcellona (Sicilia) nel 1937, ma residente a Milano dagli anni ’50.
Fratelli d’Italia, che dà il titolo all’intera rassegna, è un’installazione assolutamente inedita, pensata e realizzata per l’occasione, ed è costituita da una lunga e imponente striscia con l’inno nazionale “cancellato” da Isgrò.
Come avviene per tutte le opere analoghe di Isgrò, la cancellazione serve soprattutto ad evidenziare certi passaggi fondamentali del testo Ð quelli appunto, salvati. Si potrebbe dire che la cancellatura gioca per Isgrò la stessa funzione che ha il silenzio, o la pausa, nella musica contemporanea. Le altre due installazioni, di grandi dimensioni e di grande spettacolarità sono l’Ora italiana e L’avventurosa vita di Emilio Isgrò.
La prima risale al 1983: fu realizzata allora per ricordare l’attentato alla Stazione di Bologna. È composta da venti pezzi rotondi del diametro di circa 1 m. ciascuno, con un orologio incorporato con tanto di suoneria funzionante; la seconda, del 1971, è costituita da una serie di dichiarazioni sulle caratteristiche fisiche e morali dell’artista, che identificano il personaggio in maniera “concettuale”, attraverso una ipotetica e paradossale descrizione.
Accanto a queste tre installazioni, la mostra propone un’antologica costituita da 70 pezzi scelti della produzione di Isgrò, dagli esordi ad oggi.
Se Isgrò cancella tutto, e finisce pirandellianamente per cancellare se stesso (nella famosa opera Dichiaro di non essere Emilio Isgrò), l’equiparazione di Isgrò alla “cancellatura”, come questa mostra conferma, è assolutamente limitante, forse fuorviante: basti pensare ai molti aspetti della sua lunga ricerca artistica, dalle “Mappe”, ai “Particolari di particolari”, ingrandimenti fotografici fuori scala, agli interventi su fotografie, ecc. In questo caso, rovesciando il valore documentario della fotografia, l’artista usa immagini che non sono immagini, negando dialetticamente il valore di ogni rappresentazione.
Isgrò inizia negli anni ’60 la sua fortunata carriera come poeta visivo (come testimonia, in mostra, la sua famosa Volgswagen “che va”), per conquistarsi presto un suo posto all’interno del mondo delle arti plastiche: una posizione solitaria e scomoda, difesa accanitamente con le armi della polemica e dell’intelligenza. Artista, letterato, fine critico d’arte, Isgrò è soprattutto un grande intellettuale, che è riuscito però, come pochi altri in Italia, a costruirsi una fisionomia d’artista assolutamente personale, avendo traversato autorevolmente l’ultimo mezzo secolo, lasciando sempre una memoria precisa di sé e dei suoi graffianti interventi.
Isgrò aveva precedentemente esordito nell’ambito della poesia di ricerca, entrando in contatto con i più interessanti letterati di quegli anni (Giuliano Gramigna, Goffredo Parise, Nico Naldini, Giorgio Simonotti-Manacorda, Alberto Arbasino); conoscerà in seguito anche Vincenzo Consolo, Quasimodo, Crovi, Vittorini, Calvino, Parise, Naldini, Moravia, Arbasino, Pasolini. All’inizio degli anni ’60 diventa collaboratore della Terza Pagina e delle pagine culturali del Gazzettino di Venezia. Nel 1963 in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, sempre per la stessa testata, incontra il presidente Kennedy. L’anno successivo, dopo la pubblicazione di una serie di poesie, sulla rivista Il Menabò di Elio Vittorini, esordisce invece come poeta visivo con la Volkswagen e le prime cancellature, che provocano la reazione irritata di alcuni dei letterati che lo avevano fino a quel momento sostenuto. Anche la Volkswagen gli intima di ritirare la sua opera dal mercato, diffidandolo dall’usare il proprio marchio: Isgrò risponde: “Ritirerò la mia opera quando voi ritirerete le vostre automobili”.
Successivamente Isgrò entra in contatto con poeti visivi come Adriano Spatola, Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, dai quali però prenderà presto le distanze. Dopo la presentazione della Pop Art alla Biennale di Venezia, nel ’64, l’artista capisce che i veri problemi in gioco sono altri Ðfra l’altro la sopravvivenza di un mercato nazionale, o anche europeo, rispetto all’invasione Pop americana.
La sua opera Jaqueline rappresenta una prima presa di posizione in chiave ideologica europea nei confronti del successo mediatico e commerciale della Pop. Nonostante la sua quasi totale adesione al nuovo lavoro artistico, Isgrò non abbandona però del tutto la poesia tradizionale, e nel 1966 pubblica presso Mondadori L’età della ginnastica in cui, oltre a un consistente nucleo di nuovi versi, ripubblica anche le raccolte poetiche precedenti.
Assunto dal settimanale Oggi, Isgrò rientra definitivamente a Milano dopo la pausa veneziana. Nel 1968 presenta alla Galleria Apollinaire l’installazione Il Cristo cancellatore. Charlotte Moorman, che aveva conosciuto tempo prima a Venezia con Nam June Paik, lo invita al Sixth Annual Avantgarde Festival di New York, un Festival Fluxus cui il nostro sarà invitato anche nelle successive edizioni.
Nel 1970 espone alla Galleria Schwarz L’Enciclopedia Treccani cancellata, una delle sue mostre che solleveranno più polemiche, grazie anche alla crescente popolarità dell’artista.
Isgrò stupisce nuovamente il pubblico con un’affollatissima conferenza stampa indetta per la presentazione del suo film “cancellato” La jena più ne ha e più ne vuole all’Hotel Sonesta di Milano, nel corso della quale, a fianco dell’attrice protagonista Paola Pitagora, annuncia l’inizio delle riprese. Il film non verrà in realtà mai girato per problemi di produzione, ma la notizia fa lo stesso il giro del mondo. Del progetto restano la sceneggiatura originale e qualche provino fotografico. L’anno successivo presenta al Centro Tool l’installazione Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, una fra le sue più celebri, in cui la cancellatura è solo metaforica, mentre prende sempre più importanza l’uso della fotografia.
Alla Biennale del 1972 viene ripresentata L’Enciclopedia Treccani cancellata, mentre allo Studio Sant’Andrea di Milano, nello stesso anno, viene inaugurata l’installazione L’avventurosa vita di Emilio Isgrò, presente nell’attuale rassegna. Nello stesso anno un’ulteriore personale alla Galleria Blu di Milano, La q di Hegel.
Nel 1978 Isgrò viene invitato per la seconda volta alla Biennale di Venezia. L’anno successivo espone l’installazione per 15 pianoforti Chopin, Alla Rotonda della Besana di Milano, mentre gli viene affidato dal Comune di Gibellina il progetto dell’Orestea. La trilogia debutterà in seguito, sulle rovine della città distrutta dal terremoto, nel 1983. L’alto significato civile di questa rappresentazione teatrale dalla valenza quasi rituale non sfuggirà al pubblico, composto da intellettuali, uomini di teatro, magistrati, artigiani e contadini. Nel 1982 è a Londra con l’Enciclopedia Treccani e alcuni Particolari ingranditi per la rassegna Arte italiana 1960/1982 promossa e realizzata dalla Hayward Gallery.
Nel 1986 presenta a Bologna, al Civico Museo Archeologico, L’Ora italiana, la terza grande installazione presente in mostra, dedicata al tragico attentato alla stazione del capoluogo emiliano. L’anno successivo pubblica il romanzo Polifemo, per la Mondadori, accolto entusiasticamente dalla critica. Nel 1993 torna per la quarta volta alla Biennale con la saletta personale Guglielmo Tell, mentre nel 1998 presenta a Barcellona la sua scultura monumentale il Seme d’arancia.
Negli ultimi anni l’artista siciliano alterna la partecipazione a grandi mostre al lavoro per il teatro, alla scrittura e altre attività.
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