Robert Frank, nato a Zurigo nel 1924, è oggi fra i più famosi fotografi a livello internazionale ed è stato anche un notissimo regista cinematografico.
Proprio dalla sua città natale (dal Fotostiftung Schweiz di Zurigo) e dal Fotomuseum Winterthur provengono le opere – un’ottantina di foto - che costituiscono ora la mostra Robert Frank. Lo straniero americano promossa dal Comune di Milano-Cultura e organizzata da Palazzo Reale e 24 ORE Motta Cultura. L’evento, curato da Martin Gasser, Thomas, Seelig, Urs Stahel e Enrica Viganò, si presenta come un’importante rassegna monografica dedicata all’opera di Robert Frank, il cui sguardo ha contribuito a mutare definitivamente il linguaggio della fotografia nella seconda metà del Novecento.
Robert Frank inizia giovanissimo la sua carriera come assistente fotografo, in Svizzera. Nel 1947 sbarca a New York dove, dopo appena due mesi, riesce ad essere ingaggiato come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Si stanca però presto di questo lavoro, e preferisce dedicarsi ai viaggi e al reportage. Già nel 1958 viene pubblicato (dapprima a Parigi, poi anche negli Stati Uniti) quello che rimarrà forse il suo libro più famoso, The Americans, che può essere considerato l’atto di nascita, o per lo meno il preannuncio, dell’attuale street photography. E’ soprattutto grazie ad una borsa di studio annuale della Fondazione Guggenheim di New York, ottenuta anche attraverso gli incoraggiamenti di Walker Evans, che Frank potè viaggiare per gli Stati Uniti fra il 1955 e il 1956 per realizzare il suo lavoro. Sarà il primo europeo a ricevere una borsa di questo genere. Come accompagnatore, in questo lungo viaggio per le strade e alla scoperta dei volti americani ha, fra gli altri, un personaggio del calibro di Jack Kerouac, che scriverà appunto l’introduzione per il volume, una selezione di 83 fotografie tratte dal corpus realizzato durante i suoi viaggi attraverso gli States. Nelle sue immagini, dal forte sapore di documentazione sociale ed allo stesso tempo di sofisticata sperimentazione formale, ritroviamo una visione più intima della quotidianità di questa grande nazione, che Frank descrive come fino ad allora nessuno aveva mai fatto, facendo diventare il suo viaggio una riflessione sulla realtà in generale, spesso dura, ma non scevra da una certa ironia. Le sue fotografie, così volutamente contrastate, hanno colpito e frastornato il pubblico di quegli anni, ancora totalmente partecipe dell’american dream, contribuendo all’evoluzione di una fotografia di ricerca più autentica e diretta. In quegli anni appunto, l’amicizia di Frank con scrittori come Kerouak ed Allen Ginsberg, conferma la contiguità delle sue immagini con il momento d’oro della Beat Generation. Il suo film Pull my Daisy (1959), al di là dello straordinario ritmo narrativo, scandito dalla voce di Jack Kerouak, si presenta come un importante documento della vita artistica del tempo, e insieme un preannuncio della stagione d’oro del cinema underground di Mekas, Warhol, Snow.
Infatti, dalla fine degli anni Cinquanta, Robert Frank rivolge gran parte della sua ispirazione creativa al cinema, dirigendo sedici film, molti dei quali sono diventati dei cult-movie. Anche come fotografo, tuttavia, la sua ricerca non si arresta e così, come alla fine degli anni Cinquanta il suo linguaggio aveva scardinato le regole della street-photography, negli anni Settanta le sue invenzioni formali e contenutistiche, attraverso cui esprime un senso di profonda ansia esistenziale, segnano un’evoluzione in senso concettuale della fine-art photography.
Nel 1958 Frank aveva scattato una importante serie di fotografie a New York, dai finestrini di un autobus, e aveva dichiarato che si trattava del suo ultimo progetto fotografico; intendeva poi dedicarsi esclusivamente al cinema. Tuttavia nel 1970, dopo un decennio in cui era stato molto impegnato come film-maker, Frank riprende a fotografare. Le sue foto degli anni Settanta sono molto diverse da quelle della serie The Americans. Innanzitutto nelle sue prime immagini il taglio era documentaristico e sociologico, quanto ora diventava soggettivo e intimo, espressione diretta di esperienze e sentimenti personali.
Nel 1958, subito dopo aver ricevuto la borsa di studio del Guggenheim, Frank scriveva infatti : ” Quello che cerco di fare vuol essere la registrazione di quello che una persona naturalizzata americana ha in mente quando vede il tipo di civiltà che è nata negli Stati Uniti e si è diffusa in tutto il mondo”. Nelle sue nuove fotografie invece Frank cercava ormai di esprimere soltanto se stesso, “quello che sono… far vedere l’interno di me stesso in contrasto col paesaggio in cui mi trovo”. Le sue riflessioni teoriche sulla polaroid, sulla fotografia come prova dell’esserci, conferma dell’essere vivi, sembrano anticipare direttamente certe tematiche di Wim Wenders.
Nel 1970 Frank e la pittrice June Leaf, la sua nuova compagna, avevano comprato una casa con del terreno intorno a Mabou, nella Nuova Scozia (Canada), dove l’artista svizzero avrebbe scattato molte delle sue ultime foto e girato i suoi film. Lo stesso paesaggio di Mabou, un posto all’estremo limite del continente, dove la natura era ancora sostanzialmente intatta e piena di contrasti, diventava una sorta di metafora in sé. Soprattutto dopo la morte della figlia Andrea (1974) e del padre (1976), l’atmosfera delle immagini del fotografo sembra ripiegarsi in uno sguardo autoreferenziale, ma anche diventare più dolorosa e meditativa.
Dopo gli anni ’70 troviamo poche foto intese come scatti conclusi in sé, ma piuttosto brevi sequenze (come frammenti di film) o immagini montate insieme, con parole graffiate sui negativi o tracciate sulle superfici degli oggetti con del colore gocciolato, come se le immagini avessero perso parte del loro potere descrittivo, e dovessero essere usate come supporti su cui registrare frasi, pensieri appena articolati, parole quasi indecifrabili, eppure terribilmente intense, angosciose e lancinanti. Nel 2000 Frank disse a Ute Eskildsen, direttrice del Museo Folkwang di Essen, che la fotografia faceva diventare vecchia ogni cosa: “Se fai il fotografo, ogni cosa che fotografi diventa immediatamente il passato. Le parole sono più vicine ai pensieri. Quello che il fotografo fa è sempre circondato da una sorta di fascino romantico – non importa che tipo di lavoro fai, o quanto modifichi quello che fotografi”.
Se chi ha apprezzato il primo Frank può rimanere scioccato dalla profonda evoluzione, e quasi dallo stacco, con la sua ultima produzione; dopo una piccola riflessione non potrà non riconoscere la qualità straordinaria di alcune delle sue immagini più recenti, destinate a rimanere come documenti della sensibilità degli anni che il fotografo ha attraversato e della nostra epoca in generale.
All’interno del percorso espositivo sarà possibile assistere alla proiezioni di alcuni dei lungometraggi dell’artista come Pull My Daisy (1959) e About Me: A Musical (1971).
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