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Anatomia dell’irrequietezza
Il mito del viaggio dal Grand Tour all’era virtuale
Palazzo della Penna
Perugia
30 settembre 2007 – 6 gennaio 2008



Ferdinando Scianna
Napoli, 1992
fotografie b/n su carta baritata, cm 31x46
© Ferdinando Scianna
Courtesy Galleria Antonia Jannone, Milano



Luigi Ontani
Likat-Likut Su e Giù, 1992
foto emulsionata su tela, cm 120x186
© Luigi Ontani
Courtesy Galleria Astuni, Pietrasanta (LU)



Melanie Smith
Tiangius Aerial series, 2003
c-prints, cm 127 x 153
© Melanie Smith
Courtesy Marco Noire Contemporary Art, Torino



Francesco Jodice
What We Want, Sao Paulo, 2006
stampa fotografica, cm 100x130
© Francesco Jodice
Courtesy V.M. 21 artecontemporanea, Roma


Jiang Zhi
Rainbow N.2, 2006
c-print, cm 120x180
© Jiang Zhi
Collezione privata, Bologna

Mostra a cura di Luca Beatrice. La mostra di arti visive Anatomia dell’irrequietezza, rappresenta il momento culminante della rassegna annuale di attività culturali intitolata Il viaggio, promossa dal Comune di Perugia – Assessorato alle Politiche Culturali e Giovanili, in collaborazione con la Regione Umbria.
Il tema dell’esposizione, che deve il nome alla celebre raccolta postuma di saggi e articoli dello scrittore inglese Bruce Chatwin, esperto d’arte e instancabile viaggiatore, è dedicata al mito del viaggio attraverso diversi momenti della storia dell’arte, in età moderna e contemporanea. Punto di partenza il Grand Tour settecentesco che i pittori stranieri compivano come percorso di iniziazione e apprendimento, poiché nel viaggio in Italia riscoprivano la tradizione classica filtrata dallo spirito romantico. Punto d’arrivo il futuro, i viaggi reali e virtuali dell’era globale nel terzo millennio.
Sin dalla mitologia antica, il viaggio altro non è che metafora della vita stessa. Può essere letto, infatti, sia come momento concreto, di spostamento fisico nello spazio e nel tempo, ma anche in senso simbolico come desiderio, tensione di conoscenza e di ricerca, o ancora abbandono, esilio, perdita, allontanamento, riconquista del proprio io attraverso i luoghi dell’interiorità.
Il significato recondito spesso sta nel percorso e nelle sue tappe, più che nella meta, l’annullare se stesso nella ricerca dell’infinito.
Con il Settecento illuminista si inaugura il Grand Tour, ovvero il viaggio di istruzione, formazione e svago che i giovani delle elites europee, poi anche americane, intraprendono per l’Europa appena conclusi gli studi. Con il viaggio, le conoscenze apprese nelle università si arricchiscono e si completano. Meta privilegiata é l’Italia, culla della civiltà e dell’arte. Viaggiano non solo studenti ma anche diplomatici, filosofi, collezionisti, amatori d’arte, romanzieri, poeti.
Poco dopo nasce il fenomeno dell’orientalismo, quell’interesse per culture diverse rispetto all’identità cristiano-occidentale, considerate enigmatiche e affascinanti in virtù proprio del loro esotismo. I viaggi del Capitano Cook in Oceania, il nuovissimo continente, del 1772-75 e soprattutto la campagna napoleonica d’Egitto del 1798 contribuiscono a rilanciare il gusto per le mete esotiche, prima fra tutte l’Africa.
Alle tele dei paesaggisti – Marco Ricci, Fabius Brest – e a quelle degli orientalisti - Giuseppe Tominz - verranno accostati, tra gli altri, alcuni lavori di artisti contemporanei con soggetti esotici. Un “Minareto” di Salvo, un “D’après” di Luigi Ontani, un “Deserto” di Mario Schifano, una “Turcata” di Aldo Mondino, una tela di Miquel Barcelò sono tra i più significativi esempi di come il viaggio, in particolare quello verso l’Oriente, sia rimasto tra i temi dominanti delle poetiche diffuse nell’attuale panorama artistico.
Il viaggio viene quindi letto attraverso la fotografia contemporanea. Le immagini in bianco e nero di Gabriele Basilico, da Berlino a Beirut passando per Milano, l’America secondo Wim Wenders e William Eggleston, l’Iran di Abbas Kiarostami, L’Ucraina di Boris Mikhailov, l’Afghanistan devastato di Brian McKee mostrano il mondo visto con gli occhi di culture diverse. Il viaggio diventa anche quello nostalgico a ritroso nel tempo se a raccontarlo sono le immagini neorealiste in bianco e nero di Ferdinando Scianna.
Una sezione è poi dedicata al viaggio nell’arte concettuale, presentato come percorso esistenziale, ricerca del sé, con opere di Richard Long (un cerchio di pietre), Alighiero Boetti (una grande mappa), Hamish Fulton (un lavoro che testimonia una camminata in montagna), Anne e Patrick Poirier (un video che rende omaggio al figlio recentemente scomparso).
Il viaggio significa incontro con persone di razze e culture diverse nelle foto di Beat Streuli, Massimo Vitali, raccordi autostradali e non luoghi nella pittura di Luca Pancrazzi, la città globale del terzo millennio (Città di Messico secondo Melanie Smith), le metropoli dell’estremo oriente (Jang Zhi) il Congo (Bodys Isek Kingelez), possibilità di incontri e relazioni (Mario Rizzi). Infine il viaggio significa legame con il territorio. Claudio Costa, Renata Boero, Jimmie Durham, David Tremlett, Isola e Norzi sono autori che scelgono, in tempi e luoghi diversi, un forte rapporto con l’essenza territoriale, viaggio quindi come scoperta di sé e delle proprie radici. Soggiorni in Africa di Claudio Costa, libri piegati e cromogrammi di Renata Boero, sculture con pietre di Durham, gli affreschi realizzati con le mani da Tremlett, Isola e Norzi, due giovani autori piemontesi che lavorano con il legno.
La mostra sarà attraversata, nel progetto allestitivo, da suggestioni letterarie che esalteranno il duplice binario poetico tra visione e letteratura. Tra gli autori legati al tema del viaggio: Omero, Stendhal, Goëthe, Madame de Staël, Melville, Joyce, Pascoli, Thomas Mann, Roth, Canetti, Blixen, Céline, Saint Exupery, Tournier, Hemingway, Rimbaud, Moravia, Steinbeck, Sepulveda, Chatwin.
Precede l’ingresso in mostra la proiezione in loop di spezzoni tratti da opere cinematografiche: da Il viaggio (El viaje) di Fernando E. Solanas (1992) a Guerre stellari di George Lucas (1977), da Marakkesh Express di Gabriele Salvatores (1989) a Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf (2001), da Thelma&Louise di Ridley Scott (1990) a Passaggio in India di David Lean (1985).
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Damiani, (formato cm 25 x 19, ca 160 pagine a colori, ca 100 riproduzioni) con testi di Luca Beatrice, Marina Bon, Alberto Campo, Gianni Canova, Andrea Cernicchi, Piersandro Pallavicini e Silvano Rometti.

Estratto dal testo in catalogo di Luca Beatrice:
Viaggiare è cercare dentro sé…

C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza
Giorgio Gaber

Lei pensa alle terre greche e a una maggior fortuna
mentre in fondo a Bleecker Street lui sta aspettando quella luna.

Ivano Fossati

Cominciarono gli inglesi. I primi Grand Tour sono riferiti attorno al XVIII secolo, lunghi viaggi nell’Europa continentale compiuti da giovani ricchi e aristocratici allo scopo di perfezionare la propria educazione al bello. Apprendimento estetico che andava di pari passo con la formazione etica dell’individuo, queste traiettorie potevano durare alcuni mesi o addirittura anni. Continuati per tutto il XIX secolo, i Grand Tour avevano come meta privilegiata l’Italia, in particolare Roma, ma anche Milano (si veda qui la tela di Fabius Brest, pittore di genere dell’ottocento tedesco), Venezia, Firenze, Napoli, Paestum e la Sicilia. Se lo scopo “nobile” del viaggio era imparare la politica e la cultura dei luoghi, questi ragazzi erano ugualmente attratti da una forma primitiva di turismo: studiavano, leggevano i loro libri all’ombra di imponenti alberi sullo sfondo di archeologie e vestigia classiche, si innamoravano, chi se lo poteva permettere acquistava opere d’arte, oggetti d’antiquariato (teche contenenti souvenir, medaglie, monete, cammei, repliche di capolavori in piccolo), i più ricchi si facevano realizzare un ritratto da pittori “specialisti” del genere (come Pompeo Batoni, Marco Ricci, Canaletto, cui per estensione andrebbe aggiunto il nostro contemporaneo Aldo Damioli, pittore concettuale che gioca con l’ambiguità stilistico temporale). I più dotati, invece, si recavano in Italia per diventare essi stessi pittori, spinti dalla molla del confronto con i modelli sublimi conservati nei musei. Nel 900 la mania del viaggio ha contagiato anche le donne. Nel XIX secolo un itinerario in Italia con la zia nubile in qualità di chaperon faceva infatti parte della formazione della signora d'alto ceto. Ciò che un tempo veniva considerata un’anomalia, oggi è la norma: in ogni caso la pittrice torinese Elisa Gallenca omaggia due celebri viaggiatrici donne del passato Amy Johnson e Colette, l’aviatrice e la scrittrice.
Ciò che emerge da molti dipinti dell’epoca è un senso romantico di nostalgia, non tanto dell’antico, di un tempo ideale mai vissuto, quanto piuttosto la nostalgia di casa, delle proprie abitudini, una sottile malinconia che incarna un altrettanto lieve mal di vivere. Sono nel mondo ma vorrei stare al riparo delle mura domestiche. L’irrequietezza, per rubare l’espressione di Bruce Chatwin, il grande scrittore inglese apparso come una metafora alla fine del ‘900, è la sensazione di sentirsi a disagio in qualsiasi posto, la costante voglia di essere altrove.
Secondo le fonti, l’espressione Grand Tour è comparsa per la prima volta nella guida An Italian Voyage di Richard Lassels del 1697. Una moda, ribadita dal volume Coryat’s Crudities di Thomas Coryat, che condizionò ragazzi di altri paesi europei, soprattutto scrittori come Goethe e Stendhal. Parole che continuano a legarsi alle arti figurative, tanto che proprio l’ultima estate ha segnato il ritorno del Grand Tour contemporaneo, offerta cultural-turistica per gli appassionati d’arte di visitare in pochi giorni la Biennale di Venezia, le grandi mostre a Kassel e Munster, la fiera di Basilea.
Tralasciando moda, costume e abitudini del terzo millennio, la pura essenza del viaggio sta nella ricerca di sé. Che si tratti di lunghi e faticosi spostamenti o di fughe della mente che non prevedono chilometraggi particolari, biglietti di sola andata o necessari ritorni a casa, il viaggio è lo specchio di chi decide di mettersi in cammino. Se Jack Kerouac, l’eroe della beat generation, puntualizzava che non fosse così importante dove andare ma andare, Ryszard Kapuscinski, che del viaggio fece il mestiere e la propria ragione di vita, ne ha descritte diverse tipologie: “Esistono vari modi di viaggiare. La maggior parte della gente –le statistiche parlano addirittura del 95%- parte per riposarsi. Vuole scendere in alberghi di lusso in riva al mare e mangiare bene, non importa se alle Canarie o alle Figi. I giovani compiono viaggi di tipo agonistico, come cimentarsi nell’attraversamento dell’Africa da nord a sud, o navigare sul Danubio in kajak. Non si interessano alla gente incontrata per strada: il loro scopo è di mettersi alla prova, la soddisfazione di superare le difficoltà. Certi viaggi nascono per motivi di lavoro o per necessità –anche gli spostamenti dei piloti di linea e quelli dei profughi sono una particolare forma di viaggio. Per me il viaggio più prezioso è quello del reportage, il viaggio etnografico o antropologico intrapreso per conoscere meglio il mondo, la storia, i cambiamenti avvenuti, in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite. Sono viaggi che richiedono concentrazione e attenzione, ma che mi permettono di capire il mondo e le leggi che lo regolano”.
Non esiste dunque un solo modo di viaggiare, anzi le sfumature dipendono dallo stato d’animo del viandante. Non c’è disciplina né arte che non risulti attratta da questo straordinario genere: il cinema (dai road movie agli spostamenti impercettibili dei grandi maestri del vuoto, come Antonioni e Kiarostami), la letteratura (aldilà dei soggetti sono le pagine dei libri che ci accompagnano sul treno, in aereo, negli hotel), la musica (ogni viaggio ha la sua colonna sonora) e ovviamente l’arte visiva, nel tentativo di mettere a punto suggestioni tali da trasformare un evento generalmente statico in uno dinamico. Ai grandi generi della tradizione figurativa –paesaggio, natura morta, ritratto, scena d’interno- il XX secolo ha definitivamente aggiunto il tema del viaggio ai topoi più rappresentativi della natura umana. Si parte dunque dalla disponibilità dell’individuo ad affrontare la strada davanti a sé, con un mezzo che lo trasporti rapidamente oppure prendendosi tutto il tempo necessario, adottando la lentezza come poetica. Chi non ha sognato, almeno una volta, di attraversare l’America coast to coast alla guida di una vecchia Cadillac, in sella a un Harley Davidson, a bordo di un Greyhound? Oppure di battere sentieri, strade secondarie, percorsi sconosciuti tra montagne, pianure, giù giù fino al mare, viaggiando leggeri, un paio di comode scarpe ai piedi e lo zaino in spalla?
Anatomia dell’irrequietezza nasce dall’incontro di questi due poli opposti: da una parte la velocità, la voglia di mangiarsi la strada e l’asfalto, dall’altra l’elogio della lentezza, godere nel perdere tempo e nel soffermarsi a lungo sui particolari, e non è dato sapere quale dei due modi sia più vicino a cogliere l’essenza del viaggio. Eccone alcuni esempi, che la letteratura vien sempre in aiuto. Due giovani attori, Ewan McGregor e Charley Boorman, decidono di “attraversare il mondo” in moto, da Londra a New York, oltre 30 mila chilometri in quattro mesi passando per l’Europa dell’Est, il Kazakistan, la Mongolia, la Siberia, l’Alaska, tra esaltazione e smarrimento, euforia e depressione, tutto raccontato in un dettagliatissimo diario di viaggio diventato un “diario di bordo”, Long Way Round. Ben più “romanzesco” l’itinerario a piedi compiuto dai personaggi degli ultimi libri di Enrico Brizzi: dall’Argentario al Conero in Nessuno lo saprà, ripercorrendo l’antica via Francigena, mille miglia percorse dai viandanti medievali, che collega Canterbury a Roma, ne Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro. Si possono scegliere mete esotiche ma anche tragitti così familiari che raramente si pensa di intraprendere. Paolo Rumiz in La leggenda dei monti naviganti racconta “la più lunga traversata italiana: ottomila chilometri, la stessa distanza che c’è dall’Atlantico alla Cina”, seguendo la colonna vertebrale della nostra penisola, le Alpi e gli Appennini, a piedi, con i mezzi pubblici, infine a bordo di una Fiat Topolino, “un auto simpatica, priva di arroganza, capace di risvegliare ricordi, curiosità e nostalgie, perfetta per propiziare incontri. Un mezzo lento, ideale per provocare gli italiani divorati dalla fretta, adattissimo a un viaggio in montagna”.



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