…“Frequento la Fotografia da oltre vent'anni. In questo arco di tempo ho capito che ciò che mi interessa non è tanto (o meglio, non solo) la qualità della rappresentazione, quanto il rapporto intimo esistente tra l'immagine e il suo artefice, ovvero quanto c'è, nell'immagine, del modo di essere del suo autore, della sua concezione della vita, del suo porgersi agli altri. Non amo la fotografia ‘furbetta’ e tanto meno i fotografi ‘furbi’”.
Ivo Saglietti
“Ivo Saglietti è schivo, colto, tremendamente riservato e, soprattutto, non è ‘furbo’. Crede ancora in una dimensione etica della fotografia, nel suo valore di testimonianza. Nelle sue immagini c'è il tentativo di rappresentare la realtà come gli appare, senza cercare l'effetto a tutti i costi. Non per questo Ivo crede nell'oggettività della fotografia. Si sente profondamente un uomo del Mediterraneo e ritiene che nel descrivere il disagio delle popolazioni che vivono intorno al suo bacino stia il senso del suo lavoro attuale e di quello dei prossimi anni.”
Mario Peliti
“Attraversare una frontiera‘, ha scritto Salman Rushdie, ”fare anche un solo passo oltre quella linea immaginaria che segna la fine di un mondo e l’inizio di un altro, significa venire trasformati nel profondo. La frontiera, il limite, il confine risvegliano le nostre coscienze. Sono il luogo in cui non possiamo sfuggire alla verità: ci spogliamo dei panni comodi della nostra esistenza quotidiana che nascondono gli aspetti più brutali della realtà, per osservare meglio le cose“.
“Di frontiere Ivo Saglietti ne ha attraversate molte, fisiche e mentali, cercando di testimoniare, con onestà e sobrietà stilistica, momenti di tragica e sublime umanità, sottolineando l’urgente necessità di una presa di coscienza. ’Se faccio questo passo sono altrove‘ recita uno dei personaggi del film ’Il passo sospeso della cicogna‘ del regista Thodoros Anghelopoulos, storia ambientata in un ameno villaggio greco ai confini con l’Albania, crocevia di profughi, che celebra il mito della ricerca senza meta e della frontiera. Accompagnato dalle suggestioni evocate da quella memorabile frase, Ivo Saglietti, è stato in Albania, in Siria, in Iraq, in Libano a documentare il lamento sommesso di intere popolazioni relegate ai margini.
Convinto che ’se la fotografia non può cambiare il corso delle cose, può però mostrare con che urgenza il mondo debba cambiare rotta‘, Saglietti si è trovato nel metaforico ’altrove‘ di molti dei paesi mediterranei.
Un Mediterraneo che lo storico francese Fernand Braudel consideravava essere:’Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare. Ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre‘. Un continuum storico-antropologico che testimonia costantemente l’appartenenza e l’origine. Anche quello che emerge dal bianconero delle foto di Saglietti è un Mediterraneo pieno di crepe, di fratture, di frontiere. é un Mediterraneo fatto di uomini e donne e di sofferenza e ingiustizia, di violenza e soprusi.‘ (…) ’Di destino comune parla sopratutto Ivo Saglietti, quello che condividiamo con gli altri popoli ma anche quello che appartiene alla giovane generazione di fotografi a cui spesso si rivolge durante le sue lezioni, insegnando loro ad elaborare progetti che abbiano a che fare con la ’vita‘. ’L’uomo non può diventare un’ombra nel racconto fotografico, la sua centralità è per me fondamentale, desidero che si conosca e riconosca nelle mie foto il volto della sofferenza. Desidero porre quesiti a cui ci si senta in dovere di rispondere intimamente.”
Da un testo di Federica De Micheli.
Museo di Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio, 1 b - Roma
Ivo Saglietti
Paesaggi con figure
A cura di Mario Peliti
16 maggio - 10 giugno
Aperto: Martedì - Domenica dalle 10.00 alle 20.00
www.fotografiafestival.it/
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