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FotoGrafia Festival Internazionale di Roma

Paolo Woods - American caos

Intervista di Rossella Bigi



© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



Tikrit
© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



Kabul
© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore



Falluja
© Paolo Woods, per gentile concessione dell'autore

Come sei arrivato alla fotografia?

Ci sono arrivato abbastanza giovane, a 17 anni. Mio fratello all’epoca era modello e un fotografo mi aveva invitato a vedere la camera oscura, dove sviluppava le foto. Sono rimasto folgorato e da allora ho sempre in qualche modo lavorato nella fotografia. A Londra come fotografo di moda e assistente, poi di nuovo in Italia, dove ho lavorato in vari ambiti della fotografia, in diversi laboratori e ancora nella moda. Poi insieme a un collega abbiamo aperto un laboratorio di stampa in bianco e nero che era anche una galleria.
A quell’epoca io facevo una fotografia più... diciamo di ricerca e contemporaneamente curavo varie mostre.

Dove vivevi, dove era la galleria?

A Firenze. Esiste ancora... all’epoca era l’unica galleria che faceva un po’ di fotografia a Firenze e abbiamo organizzato anche numerose mostre per la città. Non tutte le mostre venivano realizzate nel nostro spazio, il Print Service, che era uno spazio piccolo. Alcune erano organizzate in collaborazione con il Comune di Firenze in spazi pubblici. Ma eravamo io e il mio collega dell’epoca, Romeo Di Loreto, ad organizzarle. Una delle mostre che ho organizzato era di Paolo Pellegrin...
In questo modo ci siamo conosciuti, lui ha visto il mio lavoro e mi ha proposto di andare con lui in Kosovo. E’ stato così che ho cominciato a fare reportage.

La scelta del reportage è ormai definitiva?

Ma... è difficile dire che cosa ci aspetta in futuro, diciamo che per me è stato estremamente importante questo passaggio perché ho trovato veramente il linguaggio che mi interessa. Penso di aver portato con me un bagaglio un po’ diverso da quello che molti reporter hanno. Ho cominciato il reportage dopo un’esperienza in altri ambiti della fotografia, un’esperienza diversa dal reportage. Questo ha influenzato il mio modo di fotografare. Da lì il medio formato ad esempio, ma credo non sia la sola influenza che mi deriva dalle esperienze precedenti. Certamente oggi il mio modo di raccontare è proprio quello del reportage.

Che cosa ha determinato la scelta dei soggetti... per esempio quello della mostra al Fotografia Festival di Roma: “Caos americano” e prima, per “Pianeta petrolio”? C’è un’attenzione particolare alla zona mediorientale, Afghanistan, Iraq, Iran...

No, non necessariamente. Per realizzare il reportage sul petrolio siamo andati in dodici paesi diversi: dagli Stati Uniti all’Azerbaijan, al Kasakistan, alla Russia, all’Africa, all’Angola alla Guinea Equatoriale. Quindi anche in Iran e in Iraq. Certamente è una zona che mi interessa molto, ma non è l’unico punto di attenzione.
In questo momento è la zona dove molto sta succedendo, dove gli equilibri mondiali vengono messi in gioco, dove succedono più cose.
Ma soprattutto quello che mi interessa sono le storie. Mi piace molto lavorare con un giornalista e l’idea di costruire una storia dalla a alla z. Ci sono fotografie che hanno come minimo comune denominatore un paese, o un popolo. Ma è proprio cercare di mettere a fuoco una storia specifica e riuscire a raccontarla in testo e immagini, è questo che mi piace. Quindi non è tanto la limitazione geografica quanto una necessità narrativa che mi guida.

Il rapporto con le persone com’è? C’è diffidenza nei confronti di un reporter straniero, riuscite a costruire dei rapporti?

Varia da situazione a situazione, da paese a paese. Io ho avuto esperienze in tutti i sensi. E’ pericolosissimo fare una generalizzazione...
E’ chiaro che dal momento in cui vivi dentro le cose, insieme con la gente, succedono cose eccezionali, ma anche episodi molto difficili e spiacevoli. Io sono stato rapito dalla resistenza in Iraq, ma poi non mi hanno giustiziato e ho avuto l’occasione di tornare da loro più volte. E le stesse persone che una settimana prima puntavano un kalaschnikov alla mia testa, eran quelli che mi invitavano a mangiare con loro. Quindi non mi sento di dirti “gli afghani sono ospitali” o “gli iracheni hanno...”
Sono zone di guerra dove può succedere qualsiasi cosa.

Senza generalizzare, vorrei che ci raccontassi la tua personale esperienza.

La mia esperienza personale è certamente molto diversificata e profonda. Molti foto-giornalisti oggi tendono ad avere come base un grande albergo per seguire un conflitto e uscire per andare a fare un’operazione specifica. Io tendo a fare dei percorsi all’interno del paese, sulla strada. Percorsi molto lunghi per cercare storie più che notizie. In questo modo lavoriamo io e Serge Michel, il giornalista con cui ho realizzato questi due libri.
Quando eravamo in Iraq non avevamo come base solo l’albergo che era il “quartier generale” di tutti i giornalisti a Baghdad, ma abbiamo viaggiato da Bassora fino al confine con la Turchia. Quando abbiamo fatto il lavoro sul petrolio non siamo andati a vedere i pozzi petroliferi in una sola località, siamo stati in quattro continentio diversi, in dodici paesi. Abbiamo cercato ogni volta di registrare il mondo che sta intorno al petrolio a tutti i livelli e naturalmente questo è possibile solo creando un rapporto con la gente. Sono le persone che ti aiutano a trovare le chiavi per capire...

Ci puoi raccontare del tuo rapimento?

Tendo a parlarne poco perché vorrei evitare concessioni al protagonismo. A me è capitata una brutta situazione, una brutta storia; ma se tu rifletti su quello che succede oggi in Iraq, ti rendi conto che gli iracheni stanno vivendo, ogni giorno, situazioni ben peggiori di quella che è capitata a me. Si possono correre dei rischi quando si lavora per cercare di seguire un conflitto. Per me l’obiettivo più importante in Iraq era quello di raccontare una vicenda vista non soltanto da una parte. Abbiamo quindi prima vissuto a stretto contatto con l’esercito americano, in seguito volevo poter conoscere da vicino la resistenza irachena. Quando abbiamo cercato di avvicinarli abbiamo vissuto questa brutta storia. Tuttavia da un punto di vista strettamente giornalistico penso sia giusto coprire la storia da varie angolazioni. E’ questo che ho cercato di fare.

Con la tua fotografia tu ti proponi di informare, documentare, denunciare, interpretare....

Spero di poter fare almeno una di queste... ossia di raccontare delle storie, delle storie vere, che sono davanti a me, e di dare un taglio particolare a questa storia. Quando funziona, sì, potrebbe essere tutto, potrebbe essere documentario, racconto, denuncia, senz’altro. Sarebbe un po’ pretenzioso da parte mia dire che riesco a fare tutto questo, sta più agli altri che guardano le foto. La finalità del mio lavoro è di attirare l’attenzione degli spettatori, dei lettori, su temi che spesso non sono quelli che si trovano sui giornali. Ad esempio la storia sul petrolio non è una materia che giornalisticamente funziona. Sui giornali si parla dei costi del petrolio, della benzina al litro, del prezzo del barile o della scoperta di nuovi pozzi petroliferi, ma quello che c’è dietro il mercato del petrolio è una cosa che normalmente non si racconta. Questa era la molla che ci ha spinto a volerci interessare a questa storia. Quando siamo andati in Afghanistan. la prime volta, nel ’99, i talebani controllavano il 90% del paese. All’epoca tutti i reportage giornalistici riguardavano una piccola zona dell’Afghanistan, quella controllata da Massoud, che però rappresentava solo il 10% del paese. Mi son detto: “bisogna raccontare quello che succede nel resto del paese;quello che nessuno racconta. In qualche modo illuminare dei lati oscuri usando il linguaggio del reportage. Anche in Iraq volevo raccontare non solo le battaglie , gli attentati, quello che fa notizia, ma raccontare quello che succedeva agli iracheni, che erano quelli presi in mezzo fra la resistenza e gli americani.

Mettere in primo piano quindi l’aspetto umano più che quello “politico”?

Le due cose si incrociano sempre. Non parto mai con l’idea di dimostrare qualcosa, però è ovvio che la fotografia non è mai neutrale, il giornalismo non è mai neutrale. Sono partito pensando: “vediamo cosa succede in quel paese”. Significa quello che vedo con i miei occhi, quello che provo sulla mia pelle. Nessuno è totalmente libero da preconcetti, ma è importante cercare di avere uno sguardo libero. Ad esempio quando siamo partiti per l’Iraq io ero contro l’intervento americano, Serge Michel era a favore. Abbiamo lavorato cercando di mettere insieme i vari tasselli della storia, e ne è venuto fuori poi il lavoro “American Caos” ora in mostra a Roma per il Festival di Fotografia, e un libro.
Anche se le nostre opinioni di partenza erano diverse ci siamo trovati abbastanza d’accordo nel constatare che, intervento o meno, la situazione era disastrosa. Per questo noi abbiamo intitolato il lavoro “American Caos” . Abbiamo registrato che era stato stabilito il caos e purtroppo avevamo ragione... oggi lo vediamo.

Per il futuro, cos’ha in mente? Futuro prossimo.

Oggi sono furibondo perché dovevo partire ieri per l’Iran e non ho ancora il visto. L’Iran è geograficamente tra l’Afghanistan e l’Iraq, anche politicamente in questo momento si trova stretto tra la situazione Afghana quella Irachena. E’ in Iran che Serge e io ci siamo conosciuti, e abbiamo fatto il primo reportage, nel ’99, e per me rimane una zona estremamente interessante, è una sfida fotografica.

In che senso?

E’ molto, molto difficile da fotografare perché si casca facilmente nei soliti clichés, vorrei trovare un modo diverso di raccontare l’Iran. Quello che si vede dell’Iran sui giornali, non parliamo dei telegiornali, è molto stereotipato.
Anche gli stereotipi contengono una dose di verità, ma non è l’unica verità. Sono molte le cose nascoste , che è interessante e necessario raccontare sotto altre prospettive.

Quali sono le cose che noi non vediamo, puoi fare qualche esempio?

Sto andando a lavorare... ma lo vedrai presto!

Parliamo dell’Afghanistan o dell’Iraq, che avete già fotografato. Quali sono le cose che secondo te sono meno visibili a noi, pubblico occidentale? Quali sono le cose che possono trarci in inganno o creare dei pregiudizi?

Sono tantissime. Devo raccontarti una storia per dirti...
Quando Kabul è caduta c’erano i talebani, no? I talebani hanno lasciato Kabul prima che arrivassero le truppe dell’alleanza del nord sostenute dagli Stati Uniti. In Occidente era stato scritto molto sulle violenze dei talebani, e giustamente perché erano indifendibili; ma qualsiasi elemento reazionario, di fondamentalismo retrogrado, appariva come una colpa dei talebani. Quello di cui mi sono reso conto, andando in Afghanistan, è che i talebani erano responsabili di crimini atroci, senza ombra di dubbio, ma in qualche maniera, erano appoggiati da una società estremamente conservatrice. La caduta dei talebani non avrebbe reso immediatamente l’Afghanistan un paese moderno! Ora ne abbiamo la dimostrazione.
Ricordo un collega che lavorava per una grande agenzia. Gli era stato detto: “devi fare delle foto di donne che si levano il burka”. Perché questa era l’immagine che avevamo dell’Afghanistan: caduti i talebani, tutte le donne in Afghanistan si leveranno il burka, quest’orribile simbolo di repressione maschilista indotto dai talebani.Ma non è stato così, lui ha dovuto chiedere a delle donne di levarsi il burkaper fotografarle. Chiunque conoscesse l’Afghanistan, sapeva benissimo che sono fortemente radicate nella popolazione usanze e mentalità molto conservatrici, e che per cambiare questo stato di cose ci vorranno generazioni. Ancora oggi in Afghanistan, soprattutto nelle zone rurali, la stragrande maggioranza delle donne porta il burka,. Lo stesso vale per l’Iraq: non è pensabile che da un giorno all’altro questo paese diventerà una democrazia E’ necessario un processo molto più lento. L’ignoranza riguardo a questa situazione poi porta a degli errori enormi che sono stati fatti negli ultimi anni in questi due paesi.

Quindi il tuo lavoro è il risultato di un continuo approfondimento?

E’ un approfondimento continuo, è cercare di stare lontani dagli stereotipi e anche di realizzare una fotografia che sia necessaria, che non sia compiacente, che non racconti storie già raccontate. Non mi propongo di ricercare solo la bella immagine, ma di cercare l’immagine necessaria.
I libri “Pianeta petrolio” e “American caos” non sono, come dicono gli inglesi, “coffee-table books”, che si mettono sul tavolino da caffè e si sfogliano distrattamente... Sono libri in cui c’è molto testo, insieme a molte fotografie, e i due linguaggi vanno veramente insieme di pari passo, perché sono costruiti e vissuti insieme.
Il libro di fotografia è un bellissimo oggetto, di cui normalmente un fotografo va molto fiero, che tuttavia rimane all’interno del mercato degli amanti di fotografia. Io volevo con le mie fotografie arrivare a gente che non necessariamente fruisce di fotografie tutti i giorni; e quindi lavorando con un testo e con un giornalista, avicinare un pubblico più vasto, che si interessa ai grandi temi. E’ una delle ragioni per le quali sono passato al reportage. Quando facevo fotografia di ricerca gli spazi del mio lavoro erano le gallerie e le pubblicazioni di settore.
Ma rimaneva sempre e solo di nicchia. Se faccio fotografie, voglio che la gente le veda e che il mio lavoro rappresenti qualcosa di “necessario”.

C’è una forte idealità in quello che fai... Una forte componente utopica...?

C’è la famosa voglia di cambiare il mondo?

Non so se cambiare il mondo sia possibile. Cerco di fare in modo che il mondo non cambi me! E’ forte la voglia che la fotografia serva al suo scopo. La fotografia è riproducibilità per eccellenza, e fare delle fotografie che vengano viste “solo” in una galleria mi sembra limitato. A me fa piacere che le fotografie vengano viste e che la gente ne sia interessata.


Rivelatosi uno dei reporter più interessanti degli ultimi due anni, Paolo Woods ama raccontare storie in un modo non comune spesso lavorando in contatto con il giornalista Serge Michel.
I libri citati sono “Caos Americano” (Contrasto 2005) e “Pianeta Petrolio” (Saggiatore 2004).


Il testo non può essere riprodotto anche parzialmente senza l'autorizzazione dell'editore


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