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Guido Guidi


a cura di Gigliola Foschi

Una mostra al centro culturale San Fedele di Milano di uno dei protagonisti di “Racconti del paesaggio 1984-2004 a vent’anni da Viaggio in Italia” prossimamente a Il Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda.



© Guido Guidi -Ronta,14 febbraio 1996



© Guido Guidi - dal lavoro in betweencities, 1993/1996: Gorzon Wielkopolski/PL



© Guido Guidi - dal lavoro in betweencities, 1993/1996: Ummendorf/D



© Guido Guidi - ĘGraz, 1991



© Guido Guidi - Cesena, luglio 1970

Guido Guidi è considerato il fotografo italiano che più d’ogni altro, a partire dalla fine degli anni Sessanta, ha esplorato i confini e i margini del paesaggio contemporaneo evitando ogni romanticismo nostalgico e ogni forma di spettacolarizzazione. Come l’americano Lewis Baltz egli ha sovente concentrato la sua attenzione sugli spazi intermedi, sui luoghi marginali, “restanti”, esclusi da ogni significazione forte e anche dal nostro stesso sguardo cosciente. Vicino alla ricerca fotografica di Luigi Ghirri - con cui ha più volte lavorato in analoghe ricerche sul territorio (come ad esempio l’Archivio dello spazio a cura della Provincia di Milano, Viaggio in Italia e Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio) ha fatto parte di quel gruppo di autori (tra cui, ad esempio, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella e Olivo Barbieri) che agli inizi degli anni Ottanta ha rinnovato la tradizione fotografica italiana aprendola a un linguaggio discreto, sommesso, interrogativo.

A distanza di anni da quella densa stagione è ormai giunto il momento di osservare la ricerca di Guido Guidi non più - come spesso è accaduto nel passato - all’interno di quella “tendenza”, ma quale ricerca autonoma. Una ricerca complessa - definita di “vertiginosa coerenza” da un critico attento come Paolo Costantini - che questa mostra si propone di evidenziare attraverso alcuni frammenti significativi. Si potrà quindi osservare che i lavori di Guido Guidi, fin quasi dai suoi esordi alla fine degli anni Sessanta, hanno sempre affiancato, a una lettura problematica e sospesa del paesaggio contemporaneo, una modernissima, complessa, e spesso anticipatoria riflessione sul linguaggio fotografico, sul visibile stesso.


Guido Guidi - © Stephen Shore, 1997 Gigliola Foschi - © Paola Mattioli

Vorrei iniziare con la stessa domanda che anni fa Angelo Schwarz rivolse a trenta autori e critici, ovvero “che cosa è per te la fotografia?”

Antonioni diceva: “C’è un’occupazione che non mi stanca mai: guardare”. E aggiungeva : fotografare “è per me un approfondimento dello sguardo”, fotografare “è per me vivere”. Faccio mie queste risposte.

Quando hai iniziato a fotografare?

A metà degli anni Cinquanta, quando ancora sognavo di diventare architetto o anche pittore, e i miei maestri andavano da Carlo Scarpa a Bonaventura Berlinghieri, dal Sassetta a Paul Klee, da Munch a Giacometti. Ma è dalla fine degli anni Sessanta che mi sono occupato sempre di più di fotografia. In questo sono stato incoraggiato e aiutato da Italo Zannier e Luigi Veronesi, miei “Maestri” alla scuola di disegno industriale di Venezia. Zannier mi ha fatto conoscere la storia della fotografia e Veronesi un modo di fotografare che aveva radici astratte, vicine al Bauhaus.

Poi peròci sono statigli incontri con un critico attento come Paolo Costantini e l’amicizia con Luigi Ghirri...

Incontrai per la prima volta Luigi nel 1977 a Bologna, era venuto all’inaugurazione della mostra “Due aspetti della attuale ricerca fotografica”, dove i due “aspetti” eravamo io e Mario Cresci. Poco tempo dopo mi propose di riorganizzare il materiale di quella mostra per pubblicarlo presso “Punto e Virgola”, la Casa Editrice che stava fondando. Luigi mi suggerì anche il titolo: “Album” e sua moglie Paola mi disegnò la copertina. La mia lentezza nel preparare il menabò convinse però Luigi a posticipare l’uscita del mio libro, realizzando prima quello di Roberto Salbitani. Purtroppo la Casa Editrice fallì subito dopo e non se ne fece nulla. Ho poi partecipato a diversi progetti che ha curato Luigi fra cui “Viaggio in Italia” e in seguito “Esplorazioni sulla Via Emilia”. Dopo questa ricerca ci siamo visti purtroppo sempre meno, nonostante continuassi ad avere stima per il suo lavoro.
Ho invece conosciuto Paolo Costantini quando era ancora studente, nel 1979, in occasione della grande mostra “Venezia 79 la fotografia”, e da allora fino alla sua scomparsa prematura, ci siamo frequentati con assiduità.
Devo aggiungere che prima, negli anni Sessanta, c’erano state anche quotidiane discussioni con Giuliano Cosolo, pure lui scomparso troppo presto. Ma le influenze determinanti per il mio percorso fotografico sono venute da lontano: da Atget, da Evans (di cui comprai per posta il catalogo del MOMA nel 1971 o forse nel ’72), e successivamente da Lee Fiedlander di cui ho seguito un seminario nel ’79; quindi da Robert Adams e da Stephen Shore di cui nel 1977 notai il lavoro pubblicato nella rivista “Camera” e col quale in seguito ho fatto un progetto in Friuli.

Sarà a breve inaugurata una riedizione di“Viaggio in Italia”, la storica mostra che diede il via a un grande rinnovamento all’internodella fotografia italiana. A distanza di vent’anni da quell’importante progetto collettivo, cui pure tu partecipasti, che cosa ritieni ancora valido di tale ricerca?

Talbot “inventa” la fotografia per farne uso personale nei suoi viaggi in Italia. La fotografia quindi si pone fin da subito come sostituzione del quaderno di appunti. E tale è stata l’impostazione della nostra ricerca per “Viaggio in Italia”. Però, come dice Robert Adams, la fotografia, per essere attuale, deve essere sempre nuova dato che la superficie della vita continua a mutare.

E come è cambiata la tua ricerca rispetto agli anni di Viaggio in Italia?

Alcune mie fotografie, pubblicate nell’84 in “Viaggio in Italia” , erano in realtà state eseguite nel ’71-’72. Partecipare a questo progetto fu quindi per me doppiamente gratificante, anche perché; pochissimi si accorsero di quelle date, nemmeno chi scrisse la prefazione al libro. Certamente il clima di euforia che si creò attorno a “Viaggio in Italia” contribuì ad incoraggiarmi. Fui autorizzato a pensare - e questa fu per me davvero una novità - che la mia ricerca potesse finalmente iniziare a dialogare con una, sia pure elitaria, committenza.

Gabriele Basilico, tuo compagno nella ricerca Viaggio in Italia, è ormai universalmente noto come il “fotografo delle città”. Tu invece hai preferito dedicarti ai margini, alla periferie, ai luoghitrascurati, marginali, dalle città. Perch é;?Che cosa significano nella tua ricerca tali luoghi?

Andare verso il margine, stare sul confine, richiede la disponibilità e la volontà di compiere una esperienza di apprendimento, d’interrogazione. Lavorare sul confine significa infatti lavorare privi di certezze e osservare situazioni non codificate, incerte, aperte, non comprese o male intese. Insistere sul margine, e anche la fotografia ha un margine, vuol dire tentare di avere uno sguardo più allargato sulle cose, privo di pregiudizi.

Accanto a questa ricerca hai spesso fotografato gli edifici di alcuni architetti storici, come Le Corbusier e Carlo Scarpa. Con quali intenti fotografici ti sei avvicinato a questi autori e alle loro opere?

I progetti fotografici su Mies, Le Corbusier e Scarpa sono stati, prima di tutto, esperienze conoscitive. Non ho mai usato la fotografia come uno strumento per “abbellire” le loro opere ma come un modo per avvicinarmi alle loro intenzioni progettuali, alle loro immagini mentali.

Come mai ti ostini a esporre immagini “a contatto”, grandi come il negativo, in un mondo dell’arte dove hanno successo soprattutto fotografie gigantesche che s’impongono nello spazio?

Omnia ad comprehensionem, nihil ad obstentationem, pare dicesse un filosofo (Kierkegaard).

Sovente nelle tue immagini si trovano i cosiddetti “errori fotografici”, dalle inquadrature storte ai bordi delle immagini oscurate. Perch é;? Qual è il tuo stile di lavoro?

Di solito lavoro molto velocemente. Non voglio che le idee si frappongano tra me e la “intrattabile realtà”, e anche la camera è “intrattabile realtà”. La macchina a volte “vuole” andare per conto suo, è maleducata e non posso farci niente. Devo assecondarla perch é; mi educhi. E’ lei, infatti, ad essere capace di cogliere le cose là dove non sono state ancora pensate e forse neppure viste.


Gigliola Foschi vive a Milano sommersa tra scartoffie, cd dei fotografi, diapositive e pile di libri a cui sembra sempre mancare un posto adeguato. Laureata in Filosofia Estetica ha iniziato a scrivere di fotografia per L’Unità e poi per Diario della settimana. Per vari anni si è molto impegnata a “fare la giornalista” (tanto che ha la tessera da pubblicista), ma la passione per la filosofia e la critica, nonch é; una certa lentezza nello scrivere, l’hanno ultimamente convinta a puntare di più su una scrittura ragionata e saggistica, sull’insegnamento (insegna Storia della Fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Milano) e sulla curatela delle mostre (collabora con il Centro San Fedele di Milano).

Guido Guidi è nato a Cesena nel 1941. Ha partecipato alla ricerca Archivio dello spazio promossa dalla Provincia di Milano e ha esposto al Guggenheim Museum e al Whitney Museum di New York, al Centre Pompidou di Parigi e alla Biennale di Venezia. Il suo lavoro è stato pubblicato in molti libri e cataloghi, tra i quali Varianti (Udine 1995); e SS9. Itinerari lungo la via Emilia (Rubiera 2000); inoltre, per il Canadian Centre for Architecture di Montr é;al, ha realizzato: Carlo Scarpa, Architect: Intervening with History (New York, 1999); e Mies in America (New York 2001). La sua più recente pubblicazione è In Between Cities (Rubiera 2003). Insegna fotografia all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e all’Accademia di Belle Arti di Ravenna.


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