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“Vi assicuro che stampare le mie foto è davvero un inferno”Intervista a Don McCullin
![]() Don McCullin fotografato da Nick Wheeler, insieme alla compagnia Delta, 1° battaglione, 5° Marines, cittadella di Hue, 1968 ![]() Un irlandese senzatetto, Spitalfields 1969 ![]() Una famiglia palestinese lascia il cimitero dei Martiri, Beirut 1976 ![]() Vicino al Checkpoint Charlie, Berlino, 1961 ![]() Un marine americano traumatizzato dai bombardamenti, Hue, 1968 ![]() I campi di battaglia della Somma, Francia, 2000 Le guerre e le tragedie che lei ha visto e fotografato hanno influito sulla sua serenità mentale?Non ho mai avuto serenità mentale. La vita di un fotografo non è mai normale. Solo l’anno scorso quando ho avuto un figlio, ho raggiunto un certo equilibrio. E ho quasi settant’anni. Sto imparando solo adesso a vivere pacificamente la vita. Secondo lei si può rimanere distaccati da ciò che si fotografa?Non c’è nessun distacco, non
c’è nessuna possibilità di distacco io ho vissuto
con grandissima profondità emotiva tutte le sofferenze che ho
fotografato e non sono quella persona fredda, dura, che più
volte si è cercato di descrivere. Ci racconti una sua esperienza da fotogiornalistaFotografare un conflitto, essere
presenti, come si dice in gergo, è un’esperienza
estremamente rischiosa. Un mio amico è morto in Iraq perché
si è buttato fuori dalla macchina pensando a un imminente
attacco ma ha avuto la sfortuna di cadere su due mine. Spesso il mio
lavoro mi ha portato vicino alla morte. Un giorno, poco prima del
tramonto, mi stavo preparando per andare a documentare l’inizio
di una battaglia. Sono arrivato nella zona mentre i soldati stavano
cominciando a prendere posizione; improvvisamente si sono sentiti dei
colpi e una granata è esplosa dov’ero io. Sono rimasto
ferito e mi sono lasciato rotolare lungo un pendio perché il
mio primo pensiero è stato quello di non essere catturato.
Sono arrivati poi dei soldati che mi hanno dato della morfina e mi sono subito sentito meglio. Mi hanno caricato
su un camion dove c’erano altri feriti. C’è una
fotografia di questo camion: io ero ferito alle gambe ma questo non
mi ha impedito di scattare delle foto. Lei spesso è stato paragonato a Robert Capa, cosa ne pensa?Robert Capa era una persona straordinaria,
spumeggiante in tutto quello che faceva; amava le belle donne, le
scommesse, la bella vita. Le sue foto sono state mai oggetto di critiche?Sì, spesso, al punto da sentirmi quasi colpevole delle atrocità che contengono. In realtà io sono sempre stato solo un messaggero, un fattorino che porta il messaggio a un altro mondo. L’unica mia colpa è stata quella di aver premuto il pulsante della macchina fotografica. Un’altra può essere quella di aver accettato premi, medaglie per il mio lavoro. Mi chiedo infatti se sia opportuno accettare lodi e riconoscimenti per aver fotografato esseri umani che soffrono. Ci dica qualcosa di sé.Ci sono due aspetti della mia personalità:
quello del fotografo, e quello della persona che si rinchiude nella
camera oscura per ore , chiude fuori la luce del giorno e lavora a
stampare. Vi assicuro che stampare le mie foto è davvero un
inferno. Cosa significa per lei essere un fotografo?Una delle mie prime foto l’ho scattata nel 1958 alla gang del mio quartiere. Ho vissuto quelle prime esperienze in maniera assolutamente diretta, non avevo alcun complesso e non sentivo la necessità di dover entrare in un processo di apprendimento mentale, in una parola di acquisire la coscienza politica per svolgere questa professione. Il paradosso è che invece in tutta la mia vita di fotografo sono stato fortemente coinvolto da tutto quello che mi stava intorno. Credo che questo sia l’unico modo possibile di fare fotografia. Secondo lei è cambiato il ruolo del fotografo?Le fotografie scattate nel carcere in Iraq
sono state opere non di professionisti ma di soldati dell’esercito
americano. Esse sono la testimonianza più importante
dell’esistenza della guerra in Iraq; sono documenti che hanno
cambiato la percezione di questa guerra il modo stesso con il quale
gli americani e i suoi alleati hanno impostato il rapporto con i
mezzi di comunicazione. Essi hanno cercato di mantenere un controllo
più accurato possibile per evitare che trapelasse qualcosa che
non fosse da loro preventivamente approvato e che quindi potesse
ritorcersi contro di loro. Ma è avvenuto proprio questo.
Quando sono stato in Iraq, un giorno è arrivata la notizia che
nel sud gli americani avevano attaccato un villaggio e cinquanta
persone erano morte o ferite. Volevo raggiungere il luogo della
tragedia ma non mi è stato possibile perché me lo
hanno impedito. Questo fa capire che molte restrizioni hanno
ostacolato il lavoro dei giornalisti e dei fotografi. Che speranze ha per l’umanità?Non molte. Quando quaranta anni fa ho cominciato il mio lavoro le mie foto uscivano sul Times e su altri grandi testate e io mi sentivo potente, al punto da sperare che le mie foto potessero contribuire a cambiare il mondo. Ma in questi ultimi decenni il mondo è soltanto peggiorato; assistiamo ogni giorno ad autobombe che esplodono uccidendo persone siano esse palestinesi, israeliani o di qualsiasi altra nazionalità. Il mondo non è affatto cambiato, anzi, direi che viviamo un periodo molto scuro. Provo un senso di disperazione piuttosto che di speranza. Note biograficheNato a Londra nel 1935, Don McCullin ha documentato per trent'anni i conflitti dei punti più caldi del mondo , mostrando gli orrori della guerra con grande realismo e autenticità. Nel 1959 è responsabile del servizio fotografico della rivista "The Observer" e nel 1961 parte per Berlino per documentare la costruzione del Muro. Nel '64 il suo lavoro sulla guerra civile di Cipro gli vale il primo premio della Fondazione del World Press di Amsterdam. Nello stesso anno parte per documentare la guerra del Vietnam. Successivamente segue l'evolversi dei conflitti in Nigeria (1968), Cambogia (1970), Pakistan (1971), Uganda (1972). E' in Medio Oriente per la guerra del Kippur (1973), e di nuovo in Vietnam per la caduta di Phnom Penh (1975). Per questi straordinari reportage ha ricevuto premi e riconsocimenti, tra cui il Commander of the British Empire. Negli ultimi anni ha fotografato spesso i paesaggi della campagna inglese. Vive in Gran Bretagna in un paese del Somerset. In occasione della mostra “Don McCullin. Retrospettiva” organizzata da Galleria
Arteutopia – Musei di Porta Romana
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