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“Vi assicuro che stampare le mie foto è davvero un inferno”

Intervista a Don McCullin

di Ivana Drljo e Francesca Napoli



Don McCullin fotografato da Nick Wheeler, insieme alla compagnia Delta, 1° battaglione, 5° Marines, cittadella di Hue, 1968



Un irlandese senzatetto, Spitalfields 1969



Una famiglia palestinese lascia il cimitero dei Martiri, Beirut 1976



Vicino al Checkpoint Charlie, Berlino, 1961



Un marine americano traumatizzato dai bombardamenti, Hue, 1968



I campi di battaglia della Somma, Francia, 2000

Le guerre e le tragedie che lei ha visto e fotografato hanno influito sulla sua serenità mentale?

Non ho mai avuto serenità mentale. La vita di un fotografo non è mai normale. Solo l’anno scorso quando ho avuto un figlio, ho raggiunto un certo equilibrio. E ho quasi settant’anni. Sto imparando solo adesso a vivere pacificamente la vita.

Secondo lei si può rimanere distaccati da ciò che si fotografa?

Non c’è nessun distacco, non c’è nessuna possibilità di distacco io ho vissuto con grandissima profondità emotiva tutte le sofferenze che ho fotografato e non sono quella persona fredda, dura, che più volte si è cercato di descrivere.
Sono stato in un campo con ottocento bambini che stavano morendo e mi guardavano, stavano di fronte a me e io mi chiedevo “Chi sono io? Cosa posso fare per aiutarli?”. Fra loro c’era un bambino albino - c’è una foto che lo ritrae - io non l'avevo visto ma lui è venuto dietro di me e mi ha preso la mano. Gli altri bambini intanto si trascinavano a terra ed erano talmente denutriti che tutte le ossa sporgevano. Quando assisti a una scena come questa ti chiedi cosa abbia a che fare tutto questo con la fotografia, ti chiedi chi sei, perché sei qua….
Un’esperienza così ti cambia profondamente e non ha nulla a che fare con la fotografia.
Potrei raccontare altre molte cose terribili ma non servirebbe a nulla, non avrebbe nessuno scopo, questa mostra, queste fotografie esposte, sono la somma, il vissuto di quello che è il mio viaggio attraverso la vita con la fotografia

Ci racconti una sua esperienza da fotogiornalista

Fotografare un conflitto, essere presenti, come si dice in gergo, è un’esperienza estremamente rischiosa. Un mio amico è morto in Iraq perché si è buttato fuori dalla macchina pensando a un imminente attacco ma ha avuto la sfortuna di cadere su due mine. Spesso il mio lavoro mi ha portato vicino alla morte. Un giorno, poco prima del tramonto, mi stavo preparando per andare a documentare l’inizio di una battaglia. Sono arrivato nella zona mentre i soldati stavano cominciando a prendere posizione; improvvisamente si sono sentiti dei colpi e una granata è esplosa dov’ero io. Sono rimasto ferito e mi sono lasciato rotolare lungo un pendio perché il mio primo pensiero è stato quello di non essere catturato. Sono arrivati poi dei soldati che mi hanno dato della morfina e mi sono subito sentito meglio. Mi hanno caricato su un camion dove c’erano altri feriti. C’è una fotografia di questo camion: io ero ferito alle gambe ma questo non mi ha impedito di scattare delle foto.
Quello che voglio dire è che qualsiasi cosa si pensi di me in questi luoghi di tragedia ci sono stato ed esserci stato significa che le mie fotografie mi sono constate grandissima fatica e sofferenza. Sono fiero di non avere mai commesso atrocità o nessuna violenza per scattarle.

Lei spesso è stato paragonato a Robert Capa, cosa ne pensa?

Robert Capa era una persona straordinaria, spumeggiante in tutto quello che faceva; amava le belle donne, le scommesse, la bella vita.
Questi aspetti della sua personalità non mi assomigliano affatto e non mi sembra il caso di fare un paragone. Io non sono mai stato così, sono molto più introverso e chiuso e se proprio c’è bisogno di fare un paragone allora lo farei con Goya, pensando ai suoi dipinti. A mio parere i miei soggetti soprattutto nell’espressione dei volti e in particolare degli sguardi in qualche modo lo ricordano.

Le sue foto sono state mai oggetto di critiche?

Sì, spesso, al punto da sentirmi quasi colpevole delle atrocità che contengono. In realtà io sono sempre stato solo un messaggero, un fattorino che porta il messaggio a un altro mondo. L’unica mia colpa è stata quella di aver premuto il pulsante della macchina fotografica. Un’altra può essere quella di aver accettato premi, medaglie per il mio lavoro. Mi chiedo infatti se sia opportuno accettare lodi e riconoscimenti per aver fotografato esseri umani che soffrono.

Ci dica qualcosa di sé.

Ci sono due aspetti della mia personalità: quello del fotografo, e quello della persona che si rinchiude nella camera oscura per ore , chiude fuori la luce del giorno e lavora a stampare. Vi assicuro che stampare le mie foto è davvero un inferno.
Tutta la mia vita è stata segnata da tensioni, è stata turbolenta e complessa. Fare queste fotografie rende l’esistenza complicata anche se molto interessante. Sta di fatto che sto facendo ora i primi passi per imparare a vivere serenamente.
Solo da poco, come ho già detto, sto cominciando ad avere un animo più sereno. Il mio impegno si è rivolto altrove e le foto che faccio ora sono dei campi intorno alla mia casa nel Somerset. Quando sono depresso esco e fotografo questi paesaggi e per me è come una medicina.
Il paradosso è che nonostante tutto questo definirei la mia vita di fotografo, oltre che molto coinvolgente, in qualche modo molto poetica.
Comunque io non sono importante, le fotografie si, e trovo molto strano che molti mi chiedano continue spiegazioni perché ho sempre pensato che le foto parlassero più delle parole.

Cosa significa per lei essere un fotografo?

Una delle mie prime foto l’ho scattata nel 1958 alla gang del mio quartiere. Ho vissuto quelle prime esperienze in maniera assolutamente diretta, non avevo alcun complesso e non sentivo la necessità di dover entrare in un processo di apprendimento mentale, in una parola di acquisire la coscienza politica per svolgere questa professione. Il paradosso è che invece in tutta la mia vita di fotografo sono stato fortemente coinvolto da tutto quello che mi stava intorno. Credo che questo sia l’unico modo possibile di fare fotografia.

Secondo lei è cambiato il ruolo del fotografo?

Le fotografie scattate nel carcere in Iraq sono state opere non di professionisti ma di soldati dell’esercito americano. Esse sono la testimonianza più importante dell’esistenza della guerra in Iraq; sono documenti che hanno cambiato la percezione di questa guerra il modo stesso con il quale gli americani e i suoi alleati hanno impostato il rapporto con i mezzi di comunicazione. Essi hanno cercato di mantenere un controllo più accurato possibile per evitare che trapelasse qualcosa che non fosse da loro preventivamente approvato e che quindi potesse ritorcersi contro di loro. Ma è avvenuto proprio questo. Quando sono stato in Iraq, un giorno è arrivata la notizia che nel sud gli americani avevano attaccato un villaggio e cinquanta persone erano morte o ferite. Volevo raggiungere il luogo della tragedia ma non mi è stato possibile perché me lo hanno impedito. Questo fa capire che molte restrizioni hanno ostacolato il lavoro dei giornalisti e dei fotografi.
La verità non era più disponibile. Una caratteristica della guerra è sempre quella di impedire che le notizie circolino.

Che speranze ha per l’umanità?

Non molte. Quando quaranta anni fa ho cominciato il mio lavoro le mie foto uscivano sul Times e su altri grandi testate e io mi sentivo potente, al punto da sperare che le mie foto potessero contribuire a cambiare il mondo. Ma in questi ultimi decenni il mondo è soltanto peggiorato; assistiamo ogni giorno ad autobombe che esplodono uccidendo persone siano esse palestinesi, israeliani o di qualsiasi altra nazionalità. Il mondo non è affatto cambiato, anzi, direi che viviamo un periodo molto scuro. Provo un senso di disperazione piuttosto che di speranza.


Note biografiche

Nato a Londra nel 1935, Don McCullin ha documentato per trent'anni i conflitti dei punti più caldi del mondo , mostrando gli orrori della guerra con grande realismo e autenticità. Nel 1959 è responsabile del servizio fotografico della rivista "The Observer" e nel 1961 parte per Berlino per documentare la costruzione del Muro. Nel '64 il suo lavoro sulla guerra civile di Cipro gli vale il primo premio della Fondazione del World Press di Amsterdam. Nello stesso anno parte per documentare la guerra del Vietnam. Successivamente segue l'evolversi dei conflitti in Nigeria (1968), Cambogia (1970), Pakistan (1971), Uganda (1972). E' in Medio Oriente per la guerra del Kippur (1973), e di nuovo in Vietnam per la caduta di Phnom Penh (1975). Per questi straordinari reportage ha ricevuto premi e riconsocimenti, tra cui il Commander of the British Empire. Negli ultimi anni ha fotografato spesso i paesaggi della campagna inglese. Vive in Gran Bretagna in un paese del Somerset.


In occasione della mostra “Don McCullin. Retrospettiva” organizzata da
ARTEUTOPIA in collaborazione con CONTRASTO e Zone Attive


Galleria Arteutopia – Musei di Porta Romana
Viale Sabotino 22, Milano
Fino al 5 settembre 2004

Accompagna la mostra il volume edito da Contrasto con introduzione di Harold Evans, ex direttore del “Sunday Times” e del “Times”.


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