Nel 1969 hai realizzato, con Carla Cerati, uno dei reportage più importanti degli ultimi decenni. Che ha suscitato un grande scandalo e ha mostrato una realtà che molti non volevano conoscere. Come è cominciato tutto questo?
Carla Cerati mi ha chiesto di fare con lei un reportage, che le avevano proposto, sui manicomi - come venivano chiamati allora. Mi disse che il tema così complesso e duro la preoccupava un po' e preferiva lavorare con un altro fotografo. Accettai subito.
Come sono stati i rapporti con i ricoverati?
Con i ricoverati abbiamo fatto delle assemblee spiegando loro perché volevamo fotografarli. Cioè che il nostro lavoro sarebbe servito a Basaglia per ottenere un decisivo miglioramento della vita negli istituti psichiatrici, e per una legge che cambiasse radicalmente la realtà della psichiatria in Italia.
E loro come hanno reagito?
Hanno capito perfettamente, nella stragrande maggioranza, solo pochi hanno preferito non essere fotografati e noi abbiamo naturalmente rispettato la loro volontà. Spesso non volevano comparire per non dispiacere ai parenti.
Questa attenzione per il soggetto tu l'hai sempre avuta?
Sì sempre, e la conservo tuttora
Secondo te nell'etica del fotografo quali sono i punti che ritieni fondamentali?
Direi che oggi la cosa più importante - con l'avvento del computer, di photoshop o programmi simili, e del digitale - è quella di non fare dei falsi, di non aggiungere niente, di non togliere niente alle fotografie. Secondo me quando sono "trattate" non sono più fotografie, sono immagini costruite, come può essere un dipinto. Bellissime alcune, ma non fotografie.
Qualcuno propone che queste rielaborazioni siano dichiarate
Sì, in questo caso sarebbe giusto dichiarare che si tratta di un'opera di fantasia, di una interpretazione personale. Qualche tempo fa si era parlato di fare una proposta perché si ponesse un segno, un piccolo marchio, qualcosa che facesse sapere al lettore del giornale se l'immagine che stava guardando era un'immagine di fantasia - il lavoro di un cosiddetto artista - o se fosse il documento di quello che un fotografo aveva visto. E' come pubblicare una notizia falsa.
Questo reportage, dicevamo, ha fatto molto scalpore?
Ma sì, perché non si erano mai viste pubblicate situazioni del genere, Non era certo facile fotografare dentro i manicomi. In quel periodo, in Italia, solo Luciano D'Alessandro, un fotografo di Napoli ha fatto un lavoro simile. Erano realtà sconosciute.
E quindi la fotografia è stato un contributo essenziale?
Certo, essenziale. E' stata importante per suscitare indignazione, per creare un movimento d'opinione che ha contribuito a far approvare la legge 180. Quelli stessi, come Basaglia - lo psichiatra che si è tanto battuto perché si mettesse fine alla vergogna dei manicomi - quelli, come dicevo, che volevano modificare la legge, hanno pensato alla fotografia come veicolo di informazione. La famosa legge 180 oggi è molto criticata, ma per Basaglia doveva essere l'inizio di qualcosa di nuovo e poi nel tempo pensava che avrebbe dovuto essere corretta e modificata, partendo dalla realtà concreta. Purtroppo la 180 non è mai stata applicata seriamente. Voglio aggiungere che tra modificare la 180 e riaprire i manicomi, come vorrebbe l'attuale governo, c'è un abisso.
Pensi che, come in questo caso, la fotografia sia un mezzo importante per affrontare i temi sociali?
In qualsiasi situazione è importante sopratutto in queste situazioni. La fotografia sociale, diciamo, è la forma più nobile, io penso , di fotografia. Tuttavia è necessario fare molta attenzione a non esagerare. Spesso non è necessario mostrare foto agghiaccianti per raggiungere un obiettivo. A volte può essere più efficace una fotografia più, come dire, coinvolgente dal punto di vista umano. Che stabilisca un rapporto emotivo e di solidarietà tra il soggetto fotografato e chi guarda la fotografia. Un atteggiamento, uno sguardo un'espressione. Altrettanto importante è non inflazionare i mezzi di comunicazione con fotografie di violenza poiché, come è già stato detto e scritto, la gente non reagisce più e si verifica una sorta di assuefazione.
E' importante che le fotografia sia anche una bella immagine?
Una cosa che mi ha insegnato, anzi che ci ha insegnato il grande Ugo Mulas è la differenza tra una bella immagine e una buona immagine. Una bella immagine è fatta solo di valori formali, è bella, piacevole... una buona fotografia ha un contenuto forte che comunica qualcosa e ti fa pensare. Ovvio che l'ottimo è quando il "contenuto" viene espresso con un linguaggio fotografico di qualità. Ha più forza e ti aiuta a leggere meglio... però dovendo scegliere tra una e l'altra assolutamente scelgo la buona fotografia anche se è una fotografia "sgrammaticata".
Quindi la foto di contenuto?
La foto di contenuto, sempre.
Però tu nelle tue foto sei molto attento al linguaggio e allo stile, sei un maestro riconosciuto.
Diciamo che faccio della buona fotografia con un pizzico di bella fotografia.
Quando fotografi "pensi in bianco e nero"?
Non è che sia per principio contro il colore perché ci sono di fotografi di colore straordinari. Il fatto è che per il mio tipo di fotografia penso che il bianco e nero sia più efficace perché il colore secondo me distrae sempre. Distrae me fotografo perché se "penso in colore" - come hai detto tu - sono attratto da certi colori vivi, forti, dirompenti. E anche chi guarda l'immagine è condizionato dai colori. Quindi, sì, secondo me il bianco è nero è molto più forte, più efficace. Inoltre c'è anche un fatto personale, di educazione visiva. Io nasco con il cinema in bianco e nero, la televisione in bianco e nero. I grandi maestri della fotografia che ho amato, ammirato, studiato e assorbito erano tutti fotografi di bianco e nero come Eugene Smith e Cartier Bresson .
E Salgado?
Salgado è stato un po' criticato perché qualcuno sostiene che le sue foto sono troppo perfette, troppo ben composte, il lato formale è perfetto. Invece secondo me Salgado non è criticabile perché le sue foto hanno sempre un contenuto, e in più un valore aggiunto. La grande qualità formale delle sue fotografie non fa che renderle ancora più efficaci e memorabili - nel senso letterale della parola.
Ritieni con la tua fotografia di essere un testimone del tuo tempo?
Diciamo che qualche volta ho cercato, non so se ci sono riuscito, di dare un contributo al sociale, alla vita di noi tutti, ma è un piccolo contributo
Quando fotografi cosa ti proponi?
Cerco di raccontare quello che vedo e - non sempre ci riesco - di essere il più obiettivo possibile. Poi logicamente ognuno fotografa dal suo punto di vista ed è condizionato in un certo senso dalla sua cultura, dalle sue idee politiche e da mille altre cose.
Lo scandalo suscitato dalle foto della tortura pone l'attenzione sul problema morale legato alla fotografia.
Certo, ed è importante che queste foto siano saltate fuori- però è un discorso abbastanza difficile. Sono stati indubbiamente compiuti dei crimini, che vanno puniti. Ma a gente come Milosevich, che ha trucidato migliaia di persone non fanno niente - o fanno finta di fargli il processo. Mi sembra che sia ben peggio, o no?
Forse in questo caso il documento visivo ha calamitato l'interesse dell'opinione pubblica?
Certo fino ad oggi queste foto hanno la forza di un documento, ma un domani quelle stesse foto se le possono inventare al computer, stiamo bene attenti a controllare! Quelle sono foto sicuramente vere, ma in futuro dovremmo stare attenti perché si potranno inventare delle foto anche peggio di queste. E la fotografia perderebbe qualsiasi credibilità.
Ti ritieni un fotografo della società?
Sì, anche, ma non solo. Sono stato fotografo di paesaggi e di architettura, temi che oggi ho abbandonato un po' perché non essendo più tanto giovane, in questi ultimi anni sono tornato al primo amore che è il reportage, la gente.
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