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Le foto dello scandalo



Una delle foto apparsa sui media, che documentano le torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq

Abbiamo raccolto una dichiarazione di Marco Bertotto presidente della sezione italiana di Amnesty International

Da molto tempo Amnesty denuncia il fenomeno della tortura in Iraq. Secondo te perché solo ora che sono state rese pubbliche le foto delle torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib è esploso lo scandalo?

Finalmente grazie a delle immagini che hanno fatto giro del mondo ci si accorge che quello che Amnesty denuncia ormai da un anno inerente a torture e maltrattamenti in Iraq non rappresenta un caso isolato, non è una bravata di alcuni soldati capitati li per caso ma un comportamento che viene portato avanti in maniera sistematica. Il nostro punto di vista è che torturatori non ci si improvvisa da un giorno all'altro; per torturare ci devono essere persone che applicano elettrodi piuttosto che incappucciano e costringono i prigionieri a posizioni scomode per lunghi periodi o mettere in atto tutte le cose che abbiamo visto. La speranza è che le immagini trasmesse in mondovisione diano l'idea di quanto il fenomeno tortura non sia retaggio storico, non memoria medievale ma drammatica attualità in almeno 150 paesi nel mondo.

Come giudichi il fatto che le foto delle vittime di tortura in Iraq siano accessibili a tutti: liberamente disponibili in internet, pubblicate sui quotidiani e trasmesse in televisione?

E' allarmante il fatto che ci debbano essere delle immagini anche molto forti da sollevare il problema della tortura. Immagini, che tra l'altro sarebbe anche utile non diffondere molto, nonostante si tratti di persone incappucciate resta comunque il fatto che uno degli obblighi delle potenze sia quello di proteggere la dignità dei prigionieri di guerra. In questo caso il volantinaggio delle immagini non aiuta sicuramente, anche se sono state assolutamente utili a colpire le pance delle persone e a suscitare indignazione.


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