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Amnesty International
La fotografia per comunicare grandi temi

Intervista a Cecilia Nava, vicepresidente di Amnesty International Italia

di Francesca Napoli

La campagna di quest'anno è dedicata ai diritti delle donne. Quali sono i motivi di questa scelta? Pensate che la situazione delle donne in questo momento sia particolarmente problematica?

Sì, ci troviamo in una situazione in cui ai risultati in termini di legislazione internazionale ottenuti negli ultimi decenni non è seguito affatto un miglioramento delle condizioni concrete per milioni di donne nel mondo. La realtà è che a dieci anni dalla Conferenza di Pechino i diritti delle donne valgono meno del pezzo di carta su cui sono scritti, e la violenza sulle donne e sulle bambine è uno dei più grandi scandali in materia dei diritti umani dei nostri tempi.
La violenza domestica, in particolare, riguarda donne di ogni classe sociale, razza, religione ed età, accomunate dal subire sofferenze simili in tutto il mondo per mano degli uomini con i quali condividono le proprie vite. Secondo il Consiglio d'Europa la violenza domestica è la principale causa di morte e disabilità per le donne fra i sedici ed i quarantaquattro anni, superiore - per numero di casi di decesso e cattiva salute - ad altre cause quali tumore o incidenti stradali. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso noto nel 2002 che circa il 70% delle donne vittime di omicidio sono state uccise per mano dei propri partners uomini.
Sono molte le forme di violenza, da parte degli stati, della comunità e della famiglia, che colpiscono le donne e le bambine. L'infanticidio e l'aborto selettivo di bambine femmine privano un numero inimmaginabile di donne - più di 60 milioni secondo la stima di Amartya Sen, premio Nobel 1998 in Economia - della vita stessa. Lo stupro e l'abuso sessuale da parte di parenti o altri uomini, appartenenti alle forze di sicurezza o gruppi armati di opposizione, sono inflitti a milioni di donne e ragazze ogni anno. Recenti statistiche che emergono dagli studi dell'UNAIDS hanno mostrato che nell'Africa sub-sahariana le ragazze fra i 15 ed i 19 anni hanno probabilità sei volte maggiore di essere HIV-positive rispetto ai ragazzi della stessa fascia di età, a causa di stupri, coercizione ed impossibilità a negoziare pratiche sessuali più sicure. Le gravidanze forzate, gli aborti forzati, i vari abusi ed uxoricidi collegati alla dote hanno come vittime in modo specifico le donne. Durante i conflitti armati, infine, la violenza nei confronti delle donne è spesso usata come arma di guerra, con l'obiettivo di disumanizzare le donne e perseguitare la comunità a cui appartengono.

Lei attribuisce una particolare importanza al linguaggio fotografico per le strategie di comunicazione di Amnesty International?

Sì, tanto l'idea grafica quanto l'immagine ci aiutano a rendere più divulgabili i temi delle nostre campagne. Soprattutto in una campagna come questa, che ha bisogno di creare un impatto molto forte e concreto sul tema della violenza. In passato Amnesty è stata criticata per lavorare quasi esclusivamente su testi scritti e per questo stiamo cercando di dare valore al linguaggio fotografico.

Come avviene la scelta delle fotografie e dei fotografi che realizzano i reportages e le immagini che utilizzate? Attraverso la diffusione delle fotografie riscontrate una maggiore sensibilizzazione del pubblico rispetto all'utilizzo di altri linguaggi?

Si, va da sé che alcuni mezzi di informazione hanno bisogno di raccontare per immagini. Le recuperiamo sia attraverso i fotografi che accompagnano i ricercatori di Amnesty in missione, sia grazie alla disponibilità di free-lance che ci inviano immagini da zone in cui si verificano violazioni dei diritti umani. Non capita spesso, invece, di lavorare con agenzie fotografiche: essenzialmente per ragioni di costi.

In particolare le foto scelte per questa campagna quali temi vogliono sottolineare?

Esplicitare il tema della violenza creando turbamento nei destinatari della comunicazione ma non un senso di rassegnazione. La violenza sulle donne è un fenomeno universale, ma non è inevitabile....

Qual è la sua opinione sul modo in cui vengono presentati i grandi temi delle violazioni dei diritti umani, delle guerre e delle crisi internazionali attraverso le immagini? Secondo lei sono usate correttamente dai media?

Dipende dai luoghi e dai contesti. Meno embedded ci sono e più punti di vista diversi possono essere raccontati. In generale, la comunicazione sui diritti umani (a livello di grandi mezzi di informazione) è un po' supina alle scelte politiche: i diritti umani sono un vestito da indossare o togliere a seconda della convenienza del momento. Si racconta quando è conveniente raccontare.

Ci può dare qualche anticipazione sulla mostra in programma e sui prossimi eventi organizzati a sostegno della campagna?

Stiamo allestendo una mostra itinerante che inaugureremo in autunno. Insieme alla mostra lanceremo a fine 2004 un libro fotografico. Come abbiamo detto, vogliamo raccontare questa Campagna anche per immagini, per emozioni, volti e storie.

Copyright Rossellabigieditore E' vietato usare questo materiale senza il consenso dell'editore e senza citare la fonte

Kabul, Afghanistan: uno "scrivano ufficiale" aiuta le donne a presentare una denuncia al tribunale della capitale (© AI) La madre di Kheda Kungaeva, una ragazza cecena di 18 anni sequestrata, stuprata e uccisa nel marzo 2000. Un alto ufficiale dell'esercito russo, Yuri Budanov, è stato riconosciuto colpevole di omicidio e condannato in primo grado a dieci anni di carcere (© Paula Allen)
Kenia - L'apertura della prima casa di accoglienza per le donne minacciate di subire mutilazioni genitali femminili (© Paula Allen) Queste donne del Kyrgyzstan hanno perso due loro parenti, assassinati dalla polizia nel marzo 2002. Un anno dopo hanno viaggiato dal loro villaggio, Kerben, fino alla capitale Bishkek per chiedere giustizia (© Vyacheslav Oseledko)
Una sopravvissuta al decennio di violenza sessuale, che ha caratterizzato il conflitto della Sierra Leone per tutti gli anni '90 (© ICRC/Nick Danziger) Prigione di Katsina, Nigeria: questa donna rischia la pena di morte per aver abortito (© AI)
Amina Lawal (a destra col suo avvocato), la donna condannata a morte in Nigeria per aver avuto una relazione sessuale al di fuori del matrimonio. Dopo una campagna mondiale durata oltre un anno e mezzo, nel corso del 2003 la sentenza è stata annullata (© AI)

E' sempre possibile consultare le principali iniziative in programma, partecipare ed aderire direttamente alle azioni in difesa dei diritti delle donne attraverso il nostro sito www.amnesty.it, che sarà costantemente aggiornato per tutta la durata della Campagna, e su cui è consultabile l'elenco dei gruppi locali di volontari di Amnesty, a cui è possibile rivolgersi per dare un contributo di attivismo in supporto alla Campagna.

AMNESTY INTERNATIONAL: UNA COMUNITA' MONDIALE DI ATTIVISTI E ATTIVISTE PER I DIRITTI UMANI

Storia

"Open your newspaper - any day of the week - and you will find a report from somewhere in the world of someone being imprisoned, tortured or executed because his opinions or religion are unacceptable to his government. The newspaper reader feels a sickening sense of impotence. Yet if these feelings of disgust all over the world could be united into common action, something effective could be done."
"The Forgotten Prisoners" , articolo apparso il 28 maggio 1961 sul quotidiano londinese The Observer e su "Le Monde" di Parigi, con il quale l'avvocato inglese Peter Benenson lanciò un appello in difesa di due studenti portoghesi condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà di alcune colonie del loro paese. "Quello che profondamente mi turbò" - sottolineò Peter Benenson - "fu il fatto che il reato da loro commesso consisteva semplicemente nell'avere pronunciato la parola libertà. Per quanto mi riguardava, era la libertà ciò di cui Amnesty International si sarebbe occupata".
Migliaia di persone accolsero la protesta e fu organizzata la prima campagna internazionale in difesa dei diritti umani che sancì la nascita di Amnesty International, movimento internazionale, indipendente da qualsiasi governo, parte politica, interesse economico o credo religioso. Per questo motivo Amnesty non sollecita né accetta finanziamenti dai governi per indagare e svolgere le campagne sulle violazioni dei diritti umani. Attualmente Amnesty International possiede status consultivo presso le Nazioni Unite, ed ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 1977.

Mission

Amnesty International svolge una continua attività di ricerca e azione contro specifici abusi dei diritti umani, promuove la consapevolezza e l'aderenza alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ad altri strumenti in materia di diritti umani riconosciuti a livello internazionale. In particolare sollecita tutti i governi a ratificare e mettere in pratica gli standard internazionali in materia di diritti umani; siimpegna in attività di educazione ai diritti umani; incoraggia organizzazioni non governative, istituzioni commerciali e finanziarie e altri attori non-statali al sostegno e al rispetto diritti umani.
Amnesty si oppone agli abusi commessi dai gruppi di opposizione come l'uccisione deliberata ed arbitraria di civili, la tortura e il sequestro di ostaggi; assiste i richiedenti asilo politico che rischiano di essere respinti verso un paese nel quale correranno il rischio di subire violazioni dei fondamentali diritti umani; collabora con altre organizzazioni non governative, con le Nazioni Unite e con organizzazioni intergovernative regionali; esercita un controllo sulle relazioni militari, di sicurezza e di polizia; organizza programmi di sensibilizzazione ed educazione ai diritti umani. Ogni anno, rappresentanti di AI visitano decine di paesi per portare la propria solidarietà alle vittime di violazioni dei diritti umani, assistere a processi ed incontrare autorità ed organismi governativi e non governativi per la difesa dei diritti umani.

Contro

  • la pena di morte e alla tortura così come ad ogni altro trattamento crudele, inumano e degradante
  • l'uso eccessivo della forza da parte della polizia
  • la pratica delle "sparizioni" e delle esecuzioni extragiudiziali, e alle uccisioni arbitrarie e deliberate in conflitti armati
  • la cattura di ostaggi
  • la partecipazione di bambini a conflitti armati
  • il rimpatrio dei rifugiati in paesi dove siano esposti al rischio di gravi violazioni e abusi; i trasferimenti militari, di sicurezza e di polizia - inclusi armi e addestramento - da un paese ad un altro, quando si abbia sufficiente ragione di assumere che contribuiranno ad abusi dei diritti umani nel paese ricevente
  • la produzione, all'uso al trasferimento di armi indiscriminate di guerra, soprattutto mine anti-persona

Mai più violenza sulle donne

"Dai tre ai novantatre anni... le donne subiscono stupri" (© Zero Tolerance Charitable Trust)

Il rapporto presentato da Amnesty International, "Mai più... Fermiamo la violenza sulle donne" denuncia le molteplici forme di violenza sulle donne, da quella nei conflitti armati a quella allŐinterno della famiglia, nonché quelle legate alle tradizioni nocive che tentano di controllare la loro sessualità.

Dietro le porte chiuse, in segreto, le donne sono sottoposte a violenza da parte dei propri compagni e familiari, la vergogna e il timore le inducono a non denunciare l'accaduto e, quando trovano questa forza, raramente vengono prese sul serio. Anche nei paesi in cui esistono leggi per prevenire e punire la violenza domestica, le autorità evitano regolarmente di applicarle e, in alcune zone, sistemi paralleli di giustizia religiosa o comunitaria permettono che la violenza prosegua senza ostacoli.

La campagna internazionale chiede a tutti i governi di:

  • ratificare e applicare senza riserve la Convenzione delle Nazioni Unite per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e relativo Protocollo opzionale;
  • ratificare lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale e adottare una legislazione nazionale tesa a porre termine alla violenza sulle donne durante i conflitti armati;
  • sottoscrivere un Trattato internazionale sul commercio delle armi per fermare la proliferazione delle armi impiegate per commettere violenza sulle donne.

Chiede alle Nazioni Unite e alle organizzazioni regionali di:

  • aiutare i paesi a sviluppare piani d'azione per porre fine alla violenza sulle donne, ed istituire meccanismi per controllarne l'effettiva applicazione;
  • applicare in modo completo e rapido la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite relativa a donne, pace e sicurezza così come le raccomandazioni contenute nello studio del Segretario generale delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza.

ALCUNI DATI

Il Consiglio d'Europa ha dichiarato che la violenza domestica è la principale causa di morte e di invalidità per le donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni. Il premio Nobel per l'Economia del '98 Amartya Sen ha calcolato che "mancano all'appello" più di 60 milioni di donne eliminate con l'aborto e l'infanticidio selettivo (ad esempio, in Cina il rapporto tra neonate e neonati era nel 2000 100 a 119, laddove il rapporto biologico normale sarebbe di 100 a 103).
Secondo numerose ricerche, nel mondo almeno una donna su tre è stata picchiata, costretta al sesso o ha subito altri tipi di abusi. Solitamente le violenze sono compiute da un familiare o da un conoscente.
Le Nazioni Unite calcolano in 120 milioni il numero delle donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili. Ogni anno si registrano altri due milioni di casi.
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità almeno il 70% delle donne vittime di omicidio sono state uccise dai propri partner.
E' noto che l'Italia è uno dei principali paesi di destinazione per donne e ragazze vittime di tratta a scopo di prostituzione, lavoro forzato, accattonaggio. Secondo i dati del 2001 del Dipartimento pari opportunità, il 10% delle 25.000 donne che lavorano sul mercato di strada sarebbe vittima di tratta, anche se molto maggiore è il numero delle donne che si prostituiscono in strada indotte da gravi motivazioni economiche e costrette a subire pesanti forme di sfruttamento, le vittime della tratta in Italia si aggirerebbero intorno alle 2000-3000 (del 2001).

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